Alper Metin
Against the Hunger, Affirming the Power. An Attempt of Contextualisation of the 18th-century Ottoman Soup Kitchens
Parole chiave
Monumentalità, assistenza sociale, architettura ottomana, mensa pubblica, imāret-ḫāne
La crescente letteratura sulla storia dell’alimentazione rivela che, oltre agli aspetti economici legati all’approvvigionamento, è altrettanto importante considerare le dimensioni socioculturali di come il cibo fosse percepito, esposto, consumato, condiviso all’interno della società e distribuito ai bisognosi. Tuttavia, questo tema appare raramente nel campo della storia dell’architettura, tranne in casi come il contesto ottomano, dove si sviluppò nel corso dei secoli un tipo particolare di mensa pubblica. Conosciute come imāret-ḫāne (o semplicemente imāret), queste mense rappresentano l’attenzione straordinaria che i benefattori ottomani dedicavano alla distribuzione del cibo, servendo come metodo sia di assistenza ai poveri che di autoaffermazione.
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Giovanni La Varra, Alberto Cervesato
Poor but Old. Architecture and Demographics
Parole chiave
Invecchiamento, demografia, spopolamento, silver society, calo demografico
Il Vecchio Continente sta diventando il continente degli anziani. La demografia e l’età del patrimonio edilizio avanzano di pari passo. Lo scenario che ci attende nel Ventunesimo secolo è quello di una rete di città antiche con uno sviluppo infrastrutturale limitato, vaste aree di terra selvaggia, poche città e territori UNESCO impegnati a difendersi dall’invasione dei turisti, e un ristretto numero di città vivaci, ricche e pulsanti, interconnesse con il mondo. In un certo senso – anche in questa visione fin troppo semplicistica – si tratta di una narrazione che ci riporta a un’Europa premoderna: una sorta di reinterpretazione dei tempi medievali, in cui i turisti sono i nuovi pellegrini, le città dinamiche di oggi sono la rete di centri di potere e conoscenza dei secoli Dodicesimo e Tredicesimo, i monasteri isolati sono attrazioni remote situate a oltre cinquecento o seicento metri di altitudine che ancora attirano visitatori, e i vecchi poveri sono i vagabondi pestilenti banditi dalle città.
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Mane Mkrtchyan
The Courage to be Vulnerable: Egon Schiele’s Nude Self-Portrait, Grimacing
Parole chiave
Nudità, corpo, deformazione, autoritratto, espressionismo
Il testo analizza il dialogo tra individuo e società attraverso i ritratti e autoritratti di Egon Schiele, sottolineando come l’artista austriaco abbia usato la propria immagine per esplorare emozioni e norme sociali. Nell’opera Nude Self-Portrait, Grimacing, Schiele impiega pose scomode, distorsioni fisiche e linee espressive per rappresentare angoscia e introspezione psicologica. I suoi autoritratti, privi di sfondo e caratterizzati da nudità cruda, affrontano lo spettatore con verità scomode, sfidando l’estetica tradizionale. Il ritratto è una toccante esplorazione della sofferenza e del dolore, ma al contempo parla di coraggio. Questo coraggio è evidente nella volontà dell’artista di esporsi vulnerabilmente allo spettatore, costringendo il pubblico a confrontarsi con il suo dolore e la sua verità.
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Luca Zecchin
Latrine
Parole chiave
Città, giustizia sociale, public toilet, spettro, igiene
Il contributo esplora l’importanza delle latrine pubbliche all’interno delle città, sottolineando come esse rappresentino spazi essenziali per la dignità e il benessere collettivo. Analizzando la storia e l’evoluzione di questi luoghi, il testo evidenzia il loro ruolo cruciale nella struttura della città e come riflettano le dinamiche di potere e le disuguaglianze sociali. Le latrine pubbliche, a lungo trascurate, sono presentate non solo come infrastrutture funzionali ma anche come simboli della salute pubblica e della giustizia sociale. Il saggio discute la crescente privatizzazione di questi spazi e le implicazioni per l’accesso ai servizi fondamentali, specialmente per le categorie vulnerabili come donne, bambini e persone con disabilità, proponendo la reintroduzione della latrina nell’immaginario urbano contemporaneo.
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Giulia Conti
Biopolis and Hydrobiopolis. Dwelling Hills by Enrico Hartsuyker and Luzia Hartsuyker-Curjel
Parole chiave
Utopia, nomadismo, architettura sociale, necessità, Rotterdam
L'opera di Reinder Blijstra, We Live | Do We Live?, pubblicata nel 1967, esplora le opportunità di design urbano in Olanda, sottolineando un modello abitativo nomade come risposta alle condizioni di vita precarie. Attraverso un’indagine teorica e progetti concreti, Blijstra inserisce il concetto di abitazione condivisa nel contesto della ristrutturazione sociale e architettonica olandese del XX secolo, esaminando l’evoluzione delle esigenze abitative dalla fine del XIX secolo. Il lavoro di architetti come Enrico Hartsuyker e Luzia Hartsuyker-Curjel mira a realizzare soluzioni abitative accessibili, affrontando la crescente domanda di spazi ricreativi. I loro progetti, Biopolis e Hydrobiopolis, si propongono come modelli di integrazione tra lavoro e svago, rispondendo ai cambiamenti socioeconomici e all’automazione. Queste visioni utopiche, pur ancorate a ideali di umanità e comunità, si confrontano con le sfide pratiche e le incertezze nella realizzazione, riflettendo le tensioni tra teoria e applicazione nell’architettura contemporanea.
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Edoardo Fabbri
Poverty and Project
Parole chiave
Salvezza, pauperismo, San Francesco, minore, scarsità
L’idea di povertà è frequentemente interpretata in termini quantitativi, associata alla scarsità e alla miseria. Tuttavia, esiste una concezione di povertà, specialmente nel contesto cristiano, che la ricollega alla salvezza, presentandola come una condizione necessaria per accedere al Regno dei Cieli. Attraverso lo studio dell’Ordine Francescano, che ha abbracciato un’interpretazione radicale della povertà, si delinea una separazione tra proprietà e uso. Questa forma di povertà non è una privazione, ma una relazione non proprietaria con il mondo. Essa implica un cambiamento antropologico e architettonico, in cui la rinuncia alla proprietà porta a una nuova qualità di relazioni tra esseri umani e ambiente. Il progetto architettonico, quindi, dovrebbe riflettere questa concezione di povertà, ponendo l’accento sulle relazioni e sul potenziale di co-creazione piuttosto che sull’autoreferenzialità. Un approccio progettuale ispirato alla povertà implica l’accettazione della scarsità come opportunità per generare variazioni creative, promuovendo relazioni e pratiche che superano i confini tradizionali dell’architettura.
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