Davide Deriu
Avventure in scala
Il modellismo architettonico è un campo d’indagine incessante. Mentre il modello in scala è progettato per essere appreso a tutto tondo, la sua materialità è stata radicalmente alterata nell’era della riproducibilità tecnica. Nel corso del XX secolo, nuove tecniche e pratiche di visualizzazione hanno alimentato una ricerca inarrestabile di realismo, mentre la percezione della miniatura veniva riconfigurata attraverso l’obiettivo della macchina fotografica. Ulteriori esperimenti di simulazione modello-video hanno affrontato la discrepanza tra la scala umana e quella del modello che è nota come Gulliver Gap. I riferimenti ricorrenti al romanzo di Jonathan Swift nel discorso sul modellismo attestano il fascino delle narrazioni in scala all’interno della cultura architettonica. Ciò è corroborato dal lavoro di fotografi contemporanei, come Naoya Hatakeyama, che hanno esplorato lo spazio inquietante che immaginiamo di abitare quando ci addentriamo nei mondi in miniatura. Tessendo insieme teorie, esperimenti e narrazioni, il saggio traccia come le avventure in scala siano incorporate nell’immaginario architettonico.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Massimo Rossetti
It’s moving! It’s alive! Nascita, evoluzione, migrazione e morte delle tecnologie
Sono occorsi settant’anni per vedere tradotto in italiano il rapporto Science. The Endless Frontier, messo a punto dall’ingegnere e matematico statunitense Vannevar Bush, direttore dell’Office of Scientific Research and Development, e reso pubblico nel luglio del 1945. Nel giugno 1940 Vannevar Bush incontra l’allora presidente Franklin Delano Roosevelt e gli espone il suo programma per il coinvolgimento della comunità scientifica nel sistema di sicurezza militare nazionale. Ed è nel novembre del 1944 che Roosevelt invia una breve lettera a Bush contenente quattro domande su come il governo Usa possa contribuire allo sviluppo scientifico una volta terminata la guerra, utilizzando l’enorme mole di conoscenze accumulate durante il conflitto. Pubblicato in Italia nel 2013, il Rapporto Bush resta un punto di riferimento nel settore dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, mettendo in evidenza come le tecnologie non debbano disperdersi, né restare confinate nell’“alveo” originale del loro concepimento, ma essere divulgate e adattate, in ambiti anche molto diversi da quello di origine, in modo che ne possa beneficiare una collettività sempre più ampia. La presenza di numerosi esempi di tecnologie che si sono spostate da un settore all’altro evidenzia come il fenomeno non possa essere considerato limitato o episodico, bensì strutturato e dotato di una sua natura. La storia è ricca di “tecnologie che non ce l’hanno fatta”, che per vari motivi – nonostante una solida idea di partenza e un’efficacia a volte perfino migliore delle tecnologie dalle quali sono state sconfitte – non sono riuscite a imporsi sul mercato. Le tecnologie quindi nascono, evolvono, migrano e muoiono.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Felice Cimatti
Divenire blatta. Errore e godimento
Nel romanzo di Clarice Lispector la Passione secondo G.H., la voce narrante si avventura, dapprima esitante poi in modo vertiginoso, oltre sé stessa, oltre la sua stessa umanità. Tutto comincia, e quindi finisce, con l’incontro con una blatta. G.H. scopre nell’insetto una via di fuga, cioè scopre per sé una possibilità di stare al mondo che c’era sempre stata, ma che non si era mai permessa di immaginare. La blatta è un errore, perché non era previsto che se ne potesse incontrare una, ma anche un’occasione. G.H. trova qualcosa di sé nella blatta, e trova quindi che la blatta non è là fuori, la blatta è dentro, è sempre stata dentro. Alla fine del romanzo G.H. si troverà né fuori né dentro di sé. È diventata essa stessa una superficie porosa, fra umano e insetto, fra interno ed esterno, fra pensiero e bocca. La blatta è il caso esemplare di un’esperienza che nasce sempre da un errore, ossia dall’incontro con il reale.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Paolo Garbolino
I segni e le prove
Per millenni cacciatori, medici, alchimisti, giudici, avevano saputo scoprire nelle cose dei segni che servivano a fare congetture, ma la differenza tra i segni nelle cose e i segni nei testi scritti e, con essa, il moderno concetto di prova, matura solo nel XVII secolo, all’interno di una nuova cultura visuale di cui sono protagonisti collezionisti di oggetti antichi, di curiosità naturali e di pitture moderne, eruditi, viaggiatori e naturalisti. Nello stesso periodo i fenomeni rari e insoliti cessano di essere segni di esseri soprannaturali e diventano effetti di cause naturali che li producono più o meno frequentemente. Alla metà del XVII secolo viene formulata una teoria matematica di processi casuali artificiali che esistevano da millenni, i giochi d’azzardo, e diventa pensabile una scienza della congettura che si applichi anche ai fenomeni naturali e che permetta a medici, giudici, filosofi della natura, di misurare la forza delle prove sulla base della frequenza dei segni osservati.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Caterina Padoa Schioppa
“Giochi semplici e molto seri”
Siamo sicuri che nel processo di semplificazione procedurale – come effetto secondario, non premeditato, della odierna pandemia – non stiamo drasticamente abdicando a cercare nel concetto deleuziano di “realtà virtuale” quella dimensione problematica, intensiva del progetto, attraverso cui siamo in grado di espandere il processo creativo, assecondare i principi di insorgenza e demolire o costruire nuove categorizzazioni formali? L’attuale radicale virtualizzazione delle relazioni può diventare un’opportunità per il progetto? Per tentare di portare a questi interrogativi spunti di riflessioni rileggiamo le ricerche di frontiera (anche tra le discipline) di alcuni protagonisti del made in Italy – Munari, Musmeci, Leonardi, Mari, Dardi – che con le loro “strutturazioni seriali”, con i giochi ripetitivi (intesi come pratica simbolica) concepirono il progetto in senso didattico, come luogo dove sperimentare l’arte della cedevolezza.
Scarica il contributo ad accesso aperto