Objet trouvé Carlo Aymonino e il Campus scolastico di Pesaro

a cura di Damiano Di Mele

«Da parte mia, come progettista, ho pensato a un tentativo tutto architettonico di concentrare le diverse esigenze in un unico edificio, come testimonianza di un programma coordinato e come occasione di un intervento a scala più complessa del singolo fabbricato. [...]Ho suggerito allora di inserire un centro civico, politico, culturale e commerciale nel campus, luogo di incontro tra la segregazione studentesca e la realtà sociale del quartiere. [...] Era anche l'occasione per aggiungere un'architettura "in più", diversa, nella composizione del campus, come luogo di riferimento visibile e riconoscibile di quella parte di città, indifferenziata nei suoi risultati architettonici. Un monumento? Se quanto ho affermato prima produce monumenti si tratta, sì, di un monumento. [...] Il percorso pedonale è il "segno", la struttura portante della composizione, a indicare l'uso collettivo e continuativo dell'insieme costruito».

C. Aymonino, Piazze d'Italia, Electa, Milano 1988, p. 54 

Un "frammento di utopia urbana", così definito da Francesco Moschini, il Campus scolastico di Pesaro è un progetto di Carlo Aymonino con Cesare Montanari e Maria Luisa Tugnoli. Un lavoro lungo e tortuoso, durato almeno quindici anni, cardine di una "serie di opere" previste per la città di Pesaro tra gli anni '70 e '80. I disegni aymoniniani hanno la capacita? di rivelare segreti progettuali dell'intero complesso, redatto in tre distinte versioni. La narrazione per immagini, invece, fa emergere la complessità del manufatto, dirompente nel denunciare il proprio modo di strutturarsi come hortus conclusus e nel suo imporsi al contesto circostante. Nel Campus ? per Aymonino l'opera della solitudine ? il recinto, la piazza e la dimensione teatrale dello spazio, prendono forma. Manfredo Tafuri riconosce in quest'opera un dono di Aymonino alle affinità elettive, dell'amico Aldo Rossi e le "scarnificazioni" operate ne sono una valida testimonianza. All'interno del liceo scientifico, primo edificio costruito del Campus, la morfologia di strada-piazza si confonde e il progetto allude a nodi storici di alcune citta? italiane, tra cui Venezia con piazza San Marco. 
A conclusione del percorso, le immagini degli spazi interni comunicano quella vivacità dinamicamente ricercata da Carlo Aymonino. 

Questo Petit tour è l'esito della call for action 2021 rivolta agli studenti e dottorandi dell'Università Iuav di Venezia con l'obiettivo di far conoscere e valorizzare le collezioni Iuav attraverso la realizzazione di un Petit tour. Damiano Di Mele (Chieti 1993) architetto, laureato cum laude presso l'Università Iuav di Venezia con la tesi dal titolo Architettura come Preghiera. Un dono alla citta? di Istanbul. Attualmente è dottorando di ricerca e conduce un'analisi sui temi legati alla storia e alla critica dell'architettura contemporanea spagnola, nel rapporto tra citta? e monumento


Campus scolastico di Pesaro, 1970-1984
progetto di Carlo Aymonino 
con Cesare Montanari e Maria Luisa Tugnoli per gli istituti tecnico commerciale e per geometri
documenti dal fondo Carlo Aymonino e Archivio Progetti 

1. Foto del cortile interstiziale e la rampa d'ingresso dell'Istituto Tecnico, s.d. 
2. Foto della soluzione d'angolo del Liceo Scientifico G. Marconi, s.d. 
3. Scorcio della facciata laterale della sezione geometri degli Istituti Tecnici, vista dai campi circostanti, s.d. 
4. Dettaglio del prospetto laterale della sezione geometri con le vetrate ad arco, vista dai campi circostanti, s.d. 
5. Prospetto esterno della sala professori con la parete in vetrocemento, s.d. 
6. Dettaglio del prospetto esterno delle aule sospese degli Istituti Tecnici, s.d. 
7. C. Aymonino, Schizzi e appunti preparatori dell'Istituto Tecnico commerciale e per geometri, 1979 
8. C. Aymonino, Schizzi di studio del Liceo Scientifico, 1971 
9. C. Aymonino, Ipotesi di inversione dell'accessibilità del centro civico, 1977 
10. C. Aymonino, Studio prospettico della soluzione d'angolo del Liceo Scientifico, fronte sud-ovest, 1971 
11. C. Aymonino, Prospettiva della piazza del Campus, terza redazione, s.d. 
12. C. Aymonino, Prospettiva della soluzione d'angolo, fronte sud-est, s.d. 
13. Modello del complesso scolastico nella prima redazione, s.d. 
14. Assonometria dell'intervento nella seconda redazione, s.d. 
15. Pianta piano primo del Liceo Scientifico G. Marconi, s.d. 
16. Sezione del Liceo Scientifico G. Marconi, s.d. 
17. Pianta piano terra del Centro civico, s.d. 
18. Prospetto sud del Liceo Scientifico G. Marconi 
19. Soluzione d'angolo del Liceo Scientifico G. Marconi, s.d. 
20. Foto della piazza interna del Liceo Scientifico, s.d. 
21. Foto della piazza interna del Liceo Scientifico, s.d. 
22. Foto della soluzione d'angolo del prospetto esterno del Liceo Scientifico, s.d. 
23. Foto del ballatoio del secondo piano con le vetrate sospese, s.d. 
24. Foto dell'interno di un'aula del Liceo Scientifico, s.d.  

Le grandi infrastrutture di Giorgio Macchi

a cura di Antonella D'Aulerio

«Ero estasiato per il lavoro capitatomi. Non conoscevo i ponti (dal punto di vista disciplinare, perché il corso di ponti si teneva al quinto anno), ma avevo già adocchiato pagine attraenti sugli archi nel libro Scienza delle costruzioni del maestro del mio maestro Gustavo Colonnetti (un elegante saggio pubblicato da Giulio Einaudi) cui l'autore premetteva: «si propone deliberatamente finalità di alta cultura» e non «la solita raccolta di soluzioni fatte».

«Fu un mese d'incanto, muovendomi sulle enormi impalcature di legno e sulle loro ramificazioni come fossero alberi, lavorando a una tecnica fondata su una secolare esperienza, ma che forse fu usata per l'ultima volta in Europa, poi soppiantata dai ponteggi tubolari metallici. Sentivo con le mani la superficie ruvida del legname tagliato, ne vedevo il colore leggermente rosato, ne sentivo il profumo».

Giorgio Macchi, Giorgio Macchi: progetti, Il Poligrafo, 2019, p. 248 


Questo Petit Tour intende presentare al pubblico la ricca e poliedrica attività professionale dell'ingegnere e professore Giorgio Macchi, il cui archivio è stato depositato in comodato d'uso all'Archivio Progetti nel 2016. Il focus di questo lavoro è rappresentato dai progetti per le grandi infrastrutture che caratterizzano soprattutto il primo periodo del suo lavoro che negli anni avvenire lo vedrà sviluppare specifiche metodologie di restauro del patrimonio storico monumentale 

Giorgio Macchi nasce a Milano il 12 gennaio 1930 e si laurea in ingegneria civile al Politecnico di Torino nel 1952. Per due anni è ricercatore al Centro Studi del CNR di Torino. Dal 1955 al 1961 è assistente di Scienza delle Costruzioni di Franco Levi al Politecnico di Torino. Dal 1963 insegna allo IUAV di Venezia. Nel 1973 si trasferisce alla Facoltà di Architettura di Pavia dove rimane fino al pensionamento. Insieme alla docenza, Giorgio Macchi svolge un'intensa attività progettuale, da solo e con ingeneri come Silvano Zorzi. Dal 1988 con il figlio Stefano opera nel campo della conservazione monumentale. 


1. G. Macchi, Ponte ferroviario sul Bogo Baracà in Eritrea dopo il crollo, 1954
2. G. Macchi, Ponte ferroviario sul Bogo Baracà in Eritrea, 1955
3. G. Macchi, Ponte stradale sul Ticino a Porto della Torre (Varese) in costruzione, 1957
4. G. Macchi, Ponte stradale sul Ticino a Porto della Torre (Varese), 1960
5. S. Zorzi, G. Macchi, Sovrappasso di viale Cerosa a Milano, vista aerea, 1958
6. S. Zorzi, G. Macchi, Sovrappasso di viale Cerosa a Milano, (foto di G. Chiolini & C., Pavia), 1958
7. S. Zorzi, G. Macchi, Ponte canale sul Rio Forma Quesa a Pontecorvo (Frosinone), 1959
b. S. Zorzi, G. Macchi, Ponte per l'autostrada A1 sul Po a Mortizza (Piacenza), 1959 (Archivi Storici, Politecnico di Milano, ASAB, Fondo Zorzi)
9-10. S. Zorzi, G. Macchi, Ponte per l'autostrada A1 sull'Arno a Levane (Arezzo) in costruzione, (foto di P. Guidotto, Figline Valdarno), 1962-1963
11-12. S. Zorzi, G. Macchi, Ponti gemelli per l'autostrada A1 sull'Arno a Incisa (Firenze) in costruzione, 1962-1963
13. S. Zorzi, G. Macchi, Ponte per la strada statale 211 sul Po a Pieve di Cairo (Pavia), 1962
14. S. Zorzi, G. Macchi, Strada sopraelevata Monteceneri a Milano, (foto di G. Chiolini & C., Pavia), 1965
15. G. Macchi, G. Papini, Ponte stradale sulla Gola della Rossa (Ancona), 1969
16. G. Macchi, G. Papini, Viadotto sull'Almont a Melun, 1963
17-18. G. Macchi, Gi. Papini, Voie Express Rive droite sulla Senna a Parigi, (foto di H. Barnger & Cie, Parigi), 1966
19-20. G. Macchi, G. Papini, D. Sangalli, Ponte Guillaume le Conquerant a Rouen sulla Senna in costruzione, (foto Paris-Normandie, Rouen), 1969
21-22. G. Macchi, G. Papini, Ponte per l'autostrada Venezia-Trieste, diramazione Portogruaro-Pordenone, sul Meduna in costruzione, 1972
23-24. G. Macchi, S. Macchi, Linea ferroviaria Alta Velocità, viadotto Modena, 1999
 

Luca Meda. L’architettura e la città

a cura di Beatrice Lampariello

«Quando penso a un mobile, continuo a pensare a mobili-palazzo che stanno nelle strade di tante città. Da piccolo, vedevo strade fatte di mobili: da grande metto nei mobili pezzi trovati di architetture e palazzi. Penso in questo modo di contribuire a tramandare la tradizione dell'architettura ai bambini che sono venuti e verranno».

Luca Meda, Il piroscafo e il bambino, in Catalogo Molteni&C, XXX Salone Internazionale del Mobile, Milano 1991, p. 3 


Autodidatta, mai laureato in architettura anche se iscritto alla Hochschule für Gestaltung di Ulm tra il 1958 e il 1959, nei primi anni Sessanta Luca Meda sceglie di dedicarsi all'architettura insieme ad alcuni amici già impegnati nell'insegnamento, nella teoria e nel progetto: Giorgio Grassi, Gianugo Polesello e Aldo Rossi. Con loro partecipa al tentativo di rifondazione del razionalismo, ormai riconosciuto in uno stato di crisi, attraverso la reinterpretazione della città. Memoria collettiva cristallizzata nelle forme, quella città definisce una traiettoria per l'architettura a venire incentrata su una teoria che trova i suoi fondamenti in una storia urbana che è storia umana. Tessuti, resti archeologici di città storiche, monumenti, città di fondazioni sono le forme che animano progetti di concorso e installazioni con la sola forza di geometrie elementari desunte da una tradizione urbana da cui è cancellato ogni retaggio stilistico. L'interesse per la città continua a essere presente anche negli anni in cui Meda si dedica al disegno industriale e agli allestimenti, prima di tornare a progetti di edifici configurati con portici per stare "nelle strade di tante città", con corti circolari o quadrate e piante a redans per creare nuove piazze, o in forma di torri per contemplare quel paesaggio urbano che fa da sfondo alla sua intera attività di progettista. 


1. L. Meda, G. Polesello, A. Rossi, Progetto di concorso per il Monumento alla Resistenza, Cuneo, 1962
2. L. Meda, A. Rossi, Progetto di concorso per una fontana monumentale, Milano, 1962
3. G. Gavazzeni, G. Grassi, L. Meda, A. Rossi, Progetto di concorso per una scuola materna, Monza, 1962
4. G. Gavazzeni, G. Grassi, L. Meda, A. Rossi, Progetto di concorso per una scuola materna, Monza, 1962
5. G. Gavazzeni, G. Grassi, L. Meda, A. Rossi, Progetto di concorso per una scuola materna, Monza, 1962
6. L. Meda, G. Polesello, A. Rossi, Progetto di concorso per il centro direzionale, Torino, 1962
7. L. Meda, A. Rossi, Progetto della Torre Vigentina, Milano, 1963
8. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
9. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
10. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
11. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
12. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
13. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
14. L. Meda, A. Rossi, Allestimento nel Parco Sempione per la XIII Triennale di Milano, 1964
15. G. Grassi, L. Meda, Progetto di concorso per il Monumento alla Resistenza, Brescia, 1965
16. G. Grassi, L. Meda, Progetto di concorso per il Monumento alla Resistenza, Brescia, 1965
17. L. Meda, Piazza Santo Stefano, Milano 1989
18. L. Meda, A. Rossi, Torre per la XVIII Triennale di Milano, 1991
19. L. Meda, A. Rossi, M. Scheurer, Progetto di allestimento per la XVIII Triennale di Milano, 1991
20. L. Meda, Progetto per edificio in Schützenstrasse, Berlino 1992-1994
21. L. Meda, Progetto per Marsiglia, 1993-1997
22. L. Meda, Progetto per Marsiglia, 1993-1997
23. L. Meda, Progetto per la sede Dada, 1995
24. L. Meda, Progetto per torri immaginarie, 1997-1998

Luca Meda. Il progetto per la grande serie: gli arredi Molteni&C

a cura di Chiara Lecce

«Da ragazzino imitavo il lavoro nella bottega del fabbro ferraio, del falegname, degli artigiani; mi affascinavano l'ordine del tavolo di lavoro, la perfezione degli strumenti, i gesti del mestiere; amavo la manualità e la manipolazione degli oggetti. […] 
Le regole del lavoro, la forma delle cose. Vi sono oggetti che entrano nella vita attraverso le consuetudini e la cultura ereditata, li si accetta e li si seleziona sino a farli diventare parte integrante del proprio mondo; dopo quarant'anni li si usa ancora, li si difende e non sono mutati. 
Questi oggetti della memoria hanno straordinaria importanza nell'attività di progetto. In fondo mi sembra che il filo del mio lavoro stia in questo: nel riprendere continuamente i materiali e le forme consuete per rifarli e adattarli, senza escludere nuove tecnologie. […] 
È difficile in tutto questo discernere la profondità dell'amicizia, dall'influenza culturale o dallo scambio delle idee. Certo che nei lavori svolti nello studio che avevo aperto con Rossi si sono precisati i riferimenti e le affezioni, si è costruito un mondo comune di cose che è stato alla base delle esperienze successive. E davvero in questo la familiarità e l'accordo sono stati profondi: nella scelta di trarre i propri riferimenti dal paesaggio della città e dagli oggetti, anziché abbandonarsi all'arbitrio delle invenzioni o dei metodi progettuali ».

Luca Meda, Architetto si, designer no, intervista a Luca Meda a cura di Clara Mantica, in Gap Casa, n. 17, 1983, pp. 56-63 


Scorrendo il nutrito regesto di progetti e realizzazioni di Luca Meda nel campo del design e in particolare nell'ambito del disegno del mobile, si rimane colpiti e quasi disorientati nel vedere l'ampiezza della sua ricerca. Il percorso formativo di Meda, a cavallo tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, attraversa un ampio campo di relazioni e influenze: da Ernesto N. Rogers alla Scuola di Ulm, da Marco Zanuso e Richard Sapper ad Aldo Rossi, passando da Hans von Klier e l'Olivetti di Ettore Sottsass jr. Un percorso che registra così tutte le tensioni e le tendenze che si confrontano e si scontrano in quel periodo. La sensibilità progettuale di Meda nel disegno degli arredi è il risultato dell'incontro tra: i principi metodici e sistematici orientati alla produzione industriale appresi a Ulm, l'approccio tecnologico innovativo – ma fortemente originale – assorbito da Zanuso e Sapper, così come il confronto con la ricerca di una nuova dimensione dei concetti di neo-razionalismo e valore sociale del progetto, portati avanti in quegli anni da Aldo Rossi. 
Osservando tutti questi progetti è possibile comprendere quanto a lungo perdurerà, nell'approccio progettuale di Meda, la coesistenza di una dualità: il "razionale/evocativo", il "programmatico/familiare", l'"artigianale/industriale", l'"archetipo/standard". 


1. L. Meda con H. von Klier, Serie Iride, tavolo King, sedia Birillo, Salone del Mobile di Milano 1968 (foto Falchi e Salvador, courtesy Molteni Museum/Molteni Group)
2. L. Meda con M. Casaluci, Libreria Pacco al Salone del Mobile di Milano, 1972 (foto G. Casali)
3. L. Meda, Allestimento con la serie Raster al Salone del Mobile di Milano, 1978 (foto L.Torri)
4. L. Meda, Sistema Misura e Parete Progetto 25, schizzo di studio, circa 1990
5. L. Meda, Parete Progetto 25, schizzo di studio, circa 1990
6. L. Meda, Cucina Banco, schizzo di studio, circa 1994
7. L. Meda, Cucina Banco, schizzo di studio, circa 1994
8-9. L. Meda, Tavolino Poggio, schizzi di studio, circa 1988
10. L. Meda, Libreria Viavai, schizzo di studio, 1992
11. L. Meda, Sedia Viavai, schizzo di studio, 1991
12. L. Meda, Serie Viavai, studi di dettaglio, circa 1992
13. L. Meda con C. Meda, S. Meda, S. Cecchi, Sedia Ho, schizzo di studio, 1998
14. L. Meda con C. Meda, S. Meda, S. Cecchi, Sedia Ho, 1998 (foto A. Bertacchi, courtesy Molteni Museum/Molteni Group)
15. L. Meda, Letto Fazzoletto, schizzo di studio, 1993
16. L. Meda, Letto Levante 96, schizzo di studio, circa 1995
17. L. Meda con A. Rossi, Poltrona Capitolo, progettato 1961, prodotto 1981
18. L. Meda con A. Rossi, Serie Teatro, 1982 (foto A. Bertacchi, courtesy Molteni Museum/Molteni Group, © Ap, © Eredi Aldo Rossi)
19-20. L. Meda, Mobile contenitore Portafinestra, schizzo di studio, circa 1989
21-22. L. Meda con Aldo Rossi, Libreria Piroscafo, schizzi di studio, 1991 ©Ap, ©Eredi Aldo Rossi
23-24. Chaise longue Les beaux jours, schizzi di studio, circa 1985
 

“Girando il cannocchiale” Giancarlo De Carlo e Venezia

a cura di Umberto Ferro e Luca Pilot

«Cos'è dunque che mi interessa della Città Contemporanea? Mi interessa l'energia, che io sento intensa, tesa e creativa anche se disordinata, anche se in qualche caso patologica. Mi interessa il disordine perché ho il sospetto (e la speranza) che si tratti di una forma superiore di ordine i cui ritmi e la cui cadenze sono arcane, e perciò appare come disordine: perché non siamo ancora riusciti a capire le sue corrispondenze complesse. Mi interessa il cattivo gusto perché non è istituzionale; addirittura è una presa di posizione salutarmente rivoltosa nei confronti del problema dell'estetica, così manipolato ed adulterato e falsificato da essere il più delle volte strumento di terrorismo culturale. Mi interessa il cambiamento continuo, Mi interessa la singolarità delle forme architettoniche che proliferano nella Città Contemporanea, perché sono imprevedibili, molteplici, penetranti, inclini alla stratificazione. Mi interessa la possibilità di disincagliarsi dalla stupidità dell'urbanistica convenzionale e ufficiale. Mi interessa che non ci siamo corrispondenze ovvie tra l'uso dello spazio e la qualità dello spazio. Mi interessa l'abusivismo; e non perché viola la legge, ma perché per diventare attuale richiede partecipazione umana».

G. De Carlo, La città contemporanea, in Giancarlo De Carlo. Immagini e frammenti, a cura di A. Mioni, E.C. Occhialini, Electa, Milano 1995, p. 161 


«Sembra venuto il momento di 'girare il cannocchiale' col quale è stato osservato il fenomeno ambientale finora. Sino a oggi (a partire dagli ultimi tre secoli; prima era diverso) l'ottica è stata puntata sulla città – come insieme di manufatti e sistemi di circolazione – e si è continuato a guardare di sfuggita allo sfondo, costituito dalla campagna, il paesaggio, l'ambiente naturale. Solo di recente, l'osservazione dello sfondo è diventata più attenta, ma sempre sfondo è rimasto e perciò sfuocato e scarsamente significante.
Ora spinti dalle conseguenze di modi di trasformazione antagonisti dei fondamentali interessi degli esseri umani e di qualsiasi specie vivente, diventa necessario stabilire che 'l'ambiente è tutto' e che territorio, paesaggio, campagna, periferie urbane, città, centro storici, edifici, piazze, strade ecc. sono casi particolari dell'universo ambientale.
Questo significa sconvolgere le incastellature interpretative a senso unico per sostituirle con modi di ricerca più fluidi che possano arrivare a interpretazioni e proposizioni seguendo percorsi multidirezionali, itineranti, erratici, più aderenti alla complessità ambientale».

G. De Carlo, Sembra venuto il momento di "girare il cannocchiale", in Giancarlo De Carlo. Immagini e frammenti, a cura di A. Mioni, E.C. Occhialini, Electa, Milano 1995, p. 152 


«Io non credo che un architetto possa fare passi nel vuoto. Credo invece che la prima cosa che deve fare un architetto quando si trova ad affrontare un progetto sia di scoprire la trama profonda che lega il luogo agli esseri umani e trovare in questo intreccio i percorsi che potrà battere senza risultare alieno, estraneo, ed eventualmente ostile, all'ambiente in cui sta progettando. 
Nel ripercorrere i meandri di quella trama, l'architetto introduce gli apporti della sua cultura, delle esperienze che ha compiuto in altri luoghi; ed è fondamentale che questi apporti, una volta introdotti, diventino coerenti con le componenti primarie del luogo in cui si inseriscono, altrimenti non ci sarà corrispondenza tra progetto e contesto e l'opera non verrà percepita favorevolmente e magari verrà rifiutata.».


Il progetto per il Lido di Venezia
«[...] bisognava progettare un luogo dove la gente avesse la possibilità di incontrarsi, dove gli abitanti di Venezia, delle isole lagunari, del Lido e i turisti, potessero incontrarsi e comunicare. I tramiti avrebbero dovuto essere un ristorante, un caffè, alcuni negozi, ma soprattutto la qualità degli edifici e dello spazio aperto verso il bordo del mare.»

G. De Carlo, Progetti nelle città del mondo, in "Rassegna di architettura e urbanistica", n. 88, gennaio-aprile 1996, p. 16 


Progetto per lo stabilimento Blue Moon, Comune di Venezia
progetto di Giancarlo De Carlo
collaboratori: Andrea Carolini, Antonio Troisi, Francesco De Agostini, Giovanna Di Loreto, Patricia Di Isidoro Martin, 1995-2002
fotografie di Umberto Ferro e Luca Pilot, Università Iuav di Venezia, 2020 


Residenze a Mazzorbo
«Il sistema di analogie è assai scoperto e il rischio di cadere nel vernacolo è quasi ovvio. Però al sistema di segni che compongono le analogie si sovrappongono altri sistemi di segni che da un lato contraddicono l'ovvietà dei riferimenti lessicali e dall'altro aprono verso linguaggi più inconsueti, generando una complessità di forme corrispondenti alla complessità dei fatti, del nostro tempo, che hanno determinato l'intervento. 
Il vocabolario è stato usato come quadro di riferimento non per trascrivere ma per re-interpretare e re-inventare, conservando la coerenza tra preesistente e nuovo».

G. De Carlo, Residenze a Mazzorbo, in L. Rossi, Giancarlo De Carlo. Architetture, Mondadori, Milano 1988, p. 189 


Progetto per l'insediamento IACP a Mazzorbo, Comune di Venezia 
progetto di Giancarlo De Carlo
collaboratori: Alberto Cecchetto, Paolo Marotto, Etra Connie Occhialini, Daniele Pini, Renato Trotta, 1980-97
fotografie di Umberto Ferro e Luca Pilot, Università Iuav di Venezia, 2020 


Giancarlo De Carlo è stato un insigne professore dell'Università Iuav di Venezia dal 1955 al 1983. 
Il suo fondo archivistico è stato depositato all'Archivio Progetti Iuav nel 1999 con quattro successivi versamenti dal 2006 al 2020. 

Giuseppe Samonà. La ricerca dell’unità

a cura di Giovanni Marras

«Ma quale concezione dello spazio dobbiamo auspicare per il futuro? La risposta è molto difficile […]. Da architetto, e forse per un mio sentimento tradizionale della forma, mi auguro che questo spazio sia l'espressione dell'unità urbanistica-architettura; ma è invece possibile, al contrario, che il distacco […] si accentui di tanto, da portarci alla definizione di due spazi distinti. Due entità spaziali, in cui il senso comune della percezione immediata delle cose intorno all'uomo diventa un fatto puramente marginale di fronte ai nuovi valori costruiti con le definizioni della scienza […]: l'architettura e l'urbanistica. In questo caso penso che gli eventi della futura forma della stanzialità umana avranno espressioni alternative, immediate e radicali, che sono per ora imprevedibili nei loro effetti specifici. 
[…] Ecco perché la forma, intesa nella sua accezione più ampia, penso possa esprimere un iconismo urbano e territoriale di nuovo genere, in cui le espressioni di spazio e luogo tornino a identificarsi nelle immagini segniche, quando sono capaci di piantare le radici di una nuova semiologia che non è facile caratterizzare». 

G. Samonà, "Il significato storico del presente e i suoi problemi nell'unità del linguaggio architettonico", in L'unità architettura urbanistica. Scritti e progetti 1929-1973, a cura di P. Lovero, Franco Angeli Editore, Milano, II ed., 1978, pp. 49-50.


Le immagini di questo Petit Tour sono tratte della ricerca, frutto della collaborazione tra Archivio Progetti – Università Iuav di Venezia e Dipartimento di Architettura dell'Università Roma Tre, che ha dato luogo a due mostre e una giornata di studio all'Università Iuav di Venezia nel 2018, i cui materiali saranno parzialmente pubblicati nel volume di prossima uscita: Giuseppe Samonà. Progetti per la città pubblica, a cura di G. Longobardi e G. Marras. Archivio Progetti Università Iuav di Venezia – Universalia, Pordenone, in stampa.
Le immagini delle opere costruite di Giuseppe e Alberto Samonà provengono da due campagne fotografiche: la prima, condotta nel 2002 da Umberto Ferro con Marko Pogacnik; la seconda iniziata nel 2016 da Claudio Sabatino, nell'ambito di una ricerca condotta da Giovanni Longobardi nel Dipartimento di Architettura dell'Università di Roma Tre. 

 

1. Quaderni 1930-1939 (Collezione Bastiana e Francesco Dal Co) 
2. Ritratto, 1949 (Foto di E.R.Trincanato) 
3-4. G. Samonà, Palazzo per uffici e abitazioni INAIL, Venezia, I progetto 1952, II progetto 1956 (4 Foto di Claudio Sabatino, 2016) 
5-8. G. Samonà con C. Dardi, E. Mattioni, V. Pastor, G. Polesello, A.Samonà, L. Semerani, G. Tamaro, E. R. Trincanato, Progetto per la nuova Sacca del Tronchetto Novissime, Venezia, 1964,. 
9-12. G. Samonà con A. Samonà, Nuova sede degli uffici e della biblioteca della Camera dei deputati a Roma, 1967 (9, 11 Collezione L. Toccafondi e A. Samonà) 
13-16. G. Samonà con A. Samonà, G. Pizzetti, Nuova sede della Banca d'Italia a Padova, 1968 (13, 15 Banca D'Italia, Padova; 14, 16 Foto di C. Sabatino, 2016) 
17-19. G. Samonà con V. Gregotti, G. Pirrone, A. Samonà, Centro civico, culturale e commerciale a Gibellina, Trapani, 1970-72 (18 Foto di C. Sabatino, 2016) 
20-22. G. Samonà, Teatro popolare di Sciacca, Agrigento (20 Foto di U. Ferro, 2002; 21 Collezione Bastiana e Francesco Dal Co; 22 Foto di C. Sabatino, 2016) 
23-24. G. Samonà con C. Ajroldi, C. Bedoni, M.A. Chiorino, M. Di Falco, C. Doglio, G. Fartaglio, F. Frattini, R. Lucci, A. Samonà, L. Toccafondi, E.R. Trincanato, C. Vannoni, Concorso per la Nuova Università degli Studi di Cagliari, 1972 (Collezione L. Toccafondi e A. Samonà) 

Casa Calabi di Daniele Calabi, Lido di Venezia, 1962

a cura di Maura Manzelle

«Nell'attuale fase della struttura produttiva della nostra società non dobbiamo escludere a priori né la possibilità di produzione artigianale di alcuni elementi, né l'opportunità della fabbricazione industriale di altri. Così che è nostro compito lo studio – in relazione a tutti i fattori determinanti la progettazione – dell'integrazione degli elementi costruttivi, che con l'uno o con l'altro metodo potranno venire prodotti.
Integrazione tra lavorazioni tradizionali artigianali e lavorazioni industriali meccanizzate, che dobbiamo ricercare anche per contribuire alla diffusione in tutti i campi di valori di qualità e di comunicazione umana, tali da equilibrare il progressivo quantificarsi e meccanizzarsi di tali aspetti della nostra esistenza». 

Daniele Calabi, Appunti per le lezioni di elementi costruttivi, Istituto universitario di architettura, Venezia, Libreria universitaria veneziana di architettura, s.d.

 

Al Lido di Venezia, sul lungomare in Piazza Fiume 1, Daniele Calabi realizza la residenza di famiglia, intervenendo su un villino esistente con l'abbassamento dell'ultimo solaio e la sopraelevazione del sottotetto e con il rivestimento in tavelle dell'intero edificio, in modo da annullare o mettere in secondo piano il modesto apparato decorativo esistente.
Al piano terra e al primo si trovava lo studio professionale di Calabi, senza modificare la pianta esistente.
La pianta quadrata dell'appartamento all'ultimo piano si articola in due forme a "L": in una vengono poste le stanze più private e i servizi, nell'altra lo spazio fluido è separabile tramite una parete scorrevole a bilico.
Lunghe terrazze e grandi vetrate mettono lo spazio di soggiorno in stretta connessione con il mare e i suoi riflessi, mentre strette aperture solo di ventilazione e lucernai a tetto garantiscono la possibilità di gestire naturalmente le temperature estive. Calabi seleziona alcuni arredi di produzione danese e disegna, oltre ad alcuni mobili anche il giardino della villa che viene attrezzato con percorsi lastricati in mattoni e sedute in pietra e mattoni.

 

Questo Petit Tour, come il Petit Tour #66 dedicato alla Colonia marina di Padova "Principi di Piemonte", è stato realizzato in occasione della digitalizzazione dell'Archivio Calabi di Venezia, a cura dell'Archivio Progetti e fa parte di una serie di iniziative volte alla valorizzazione dell'opera di Daniele Calabi e delle fonti archivistiche per il suo studio. 

Progetto: Casa Calabi di Daniele Calabi, Lido di Venezia, 1962. 
fotografie originali provenienti dall'Archivio Daniele Calabi, Venezia 

1. Vista dal Lungomare da dove è apprezzabile la semplificazione dei volumi della villa esistente ottenuta attraverso il rivestimento in cotto e la cornice sommitale in pietra d'Istria, mentre alla sopraelevazione in legno e vetro corrisponde l'appartamento per la famiglia (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
2. Vista ravvicinata dei prospetti su Lungomare e piazza Fiume (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
3. Prospetto su piazza Fiume. Si noti il ruolo dei camini e la presenza dei doccioni in pietra d'Istria (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
4. Vista dal giardino, con uno dei percorsi lastricati in mattoni (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
5. Dettaglio di un prospetto verso il giardino dove è apprezzabile il rivestimento in tavelle e il rapporto con l'apparato decorativo della villetta esistente (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, s.d.)
6. La vetrata d'angolo verso il mare ripresa dalla terrazza (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
7. Il soggiorno visto dalla terrazza, evidenziando il rapporto tra interno ed esterno (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
8. Il soggiorno con soffitto in doghe in rovere e le grandi vetrate (fotografia di Italo Zannier 1962)
9. Il rapporto tra la camera da letto matrimoniale e il soggiorno mediato da una parete lignea scorrevole a bilico (fotografia di Italo Zannier, 1962)
10. Il soggiorno verso la zona pranzo e l'ingresso (fotografia di Italo Zannier, 1962)
11. Il rapporto tra il soggiorno, la terrazza e la vista del mare dall'interno (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
12. Il soggiorno dalla porta che lo separa dal corridoio di ingresso (fotografia di Italo Zannier, 1962)
13. Vetrata verso il mare (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
14. Ripresa fotografica simile alla precedente ma dove viene messo in rilievo la circolarità dello spazio ottenuta dalle vetrate nell'angolo (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, 1962)
15. Camera da letto matrimoniale; sulla destra la parete attrezzata che la divide dal soggiorno (fotografia di Italo Zannier, 1962)
16. Camera da letto matrimoniale con apertura per la ventilazione (fotografia di Italo Zannier, 1962)
17. Il soggiorno e sul fondo la libreria e la parete scorrevole a bilico che separa dalla camera da letto matrimoniale (fotografia di Italo Zannier, 1962)
18. La zona pranzo con illuminazione integrata al soffitto (fotografia di Italo Zannier, 1962)
19. Il setto murario che distingue il soggiorno dalla zona pranzo (fotografia di Italo Zannier, 1962)
20. Soggiorno con il soffitto in doghe di rovere a falde (fotografia di Italo Zannier, 1962)
21. Una delle camere da letto, con finestra a bilico (fotografia di Italo Zannier, 1962)
22. Sistemazioni esterne del giardino, con percorsi lastricati in mattoni e sedute in pietra e mattoni (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, s.d.)
23. Daniele Calabi, Tavola con lo stato di fatto e il progetto del sottotetto e dei prospetti, scala 1:100, 10 ottobre 1961
24. Villa Friedenberg prima delle trasformazioni di Daniele Calabi (fotografia attribuibile a Daniele Calabi, ante 1962)

Diego Birelli: un occhio speciale

a cura di Fiorella Bulegato

«Un mio grande maestro è stato Diego Birelli. Non l'ho mai incontrato nel corso degli anni [se non attraverso i suoi libri] guardandoli e smontandoli. Da lui ho imparato l'aspetto di sistema che riguarda l'editoria. Avvertivo una certa sintonia, soprattutto per la cura del dettaglio. Birelli possedeva un incredibile occhio fotografico per il dettaglio. Il libro che mi ha insegnato di più, inteso come narrazione più che come aspetto strutturale, lo aveva progettato per la provincia di Venezia: trattava di pesca in laguna e aveva usato le fotografie in scala 2:1. È come se ti prendesse per mano e ti guidasse nell'osservazione». 

Intervista di Fiorella Bulegato a Enrico Camplani, trascrizione di Federica di Leo, 16 ottobre 2013 


Diego Birelli (Asti 1934-Venezia 2011), graphic designer, fotografo e pittore, stabilitosi a Venezia si iscrive nel 1960 al Corso superiore di disegno industriale, tappa fondamentale per la sua formazione – in quegli anni sono docenti il fotografo Italo Zannier e il grafico milanese Massimo Vignelli. Nel 1963-64 si associa con il compagno di studi Franco Giacometti con cui realizza, oltre a progetti di identità visiva, campagne per la sezione locale del Pci. All'impegno di grafico militante nell'alveo della sinistra affianca poi quello per gli enti pubblici, come il Comune o la Biennale di Venezia, divenendo uno degli interpreti della grafica italiana "di pubblica utilità". 
Al contempo è protagonista del rinnovamento dell'editoria nazionale, in special modo nel design dei libri illustrati e dei cataloghi di mostre. Art director, designer e coordinatore di collane per committenti come Electa (1965-80), Alfieri (1967-dal 1973 Electa), Marsilio o Touring club italiano, Birelli evidenzia uno speciale sensibilità per la ricerca iconografica, l'autonomia della narrazione fotografica, il rigore metodologico, il formato quadrato, il controllo d'insieme dei codici grafici e dell'intero processo di lavoro. Nel 1981 co-fonda l'editrice Albrizzi e in seguito si dedica alla fotografia, campo di sperimentazione mai abbandonato fino ad allora. 

Per il Petit Tour è stato scelto di raccogliere una selezione di immagini relative ai progetti editoriali che furono esposti alla mostra "Diego Birelli graphic designer", a cura di Michele Galluzzo, Archivio Progetti Iuav, 21 maggio-12 giugno 2015, di cui è disponibile online il catalogo

Si segnala anche l'estratto "Diego Birelli", video di Ennio L. Chiggio e intervista a cura di Roberto Masiero, realizzato in occasione della mostra "Diego Birelli. Opere 1993/2010", Spazio Thetis, Arsenale Novissimo (54. Esposizione Internazionale d'Arte), giugno 2011. 


1-2. Milano, collana "Le città che sono l'Italia", Electa, Milano 1967 (con L. Crocenzi) 
3. E. Arslan, Venezia gotica, Electa, Milano 1970 
4. P. Gendrop, D. Heyden, Architettura mesoamericana, collana "Storia universale dell'architettura", Electa, Milano 1973 
5-6. Giuseppe Pagano fotografo, a cura di C. De Seta, collana "Saggi", Electa, Milano 1979 
7-8. M. Tafuri, Jacopo Sansovino e l'architettura del '500 a Venezia, Marsilio, Padova 1969 (progetto e fotografie) 
9-10. "Lotus", Alfieri edizioni d'arte, 8, settembre 1974 
11-12. "Lotus", Alfieri edizioni d'arte, 9, febbraio 1975 
13. Le città, collana "Capire l'Italia", Touring club italiano, Milano 1978 (progetto della collana) 
14. I paesaggi umani, Il patrimonio storico artistico, I musei, Touring club italiano, Milano 1977, 1979 e 1980 (progetto della collana) 
15. Il palazzo italiano, collana "Italia meravigliosa", Touring club italiano, Milano 1975 (progetto della collana) 
16. Case contadine, collana "Italia meravigliosa", Touring club italiano, Milano 1979 (progetto della collana) 
17. Catalogo generale della Biennale d'arte di Venezia, La Biennale di Venezia-Alfieri Edizioni d'arte, Venezia 1976 
18. Catalogo della mostra Man Ray. L'immagine fotografica, a cura di Janus, La Biennale di Venezia-Alfieri Edizioni d'arte, Venezia 1977 
19. Catalogo della mostra Artenatura, La Biennale di Venezia-Alfieri Edizioni d'arte, Venezia 1978 
20. Catalogo della mostra Utopia e crisi dell'antinatura. Momenti delle intenzioni architettoniche in Italia. Immaginazione megastrutturale dal futurismo a oggi, a cura di E. Crispolti, La Biennale di Venezia-Alfieri Edizioni d'arte, Venezia 1979 
21. C. Mango, Architettura bizantina, e L. Grodecki, Architettura gotica, collana "Storia dell'architettura", Electa, Milano 1978 
22-24. La pesca nella Laguna di Venezia, Amministrazione della provincia di Venezia-Albrizzi, Venezia 1981 (progetto grafico e iconografico) 

La Colonia marina di Padova “Principi di Piemonte” di Daniele Calabi e Antonio Salce, Lido Alberoni, Venezia, 1936–1937

a cura di Maura Manzelle

«Dal punto di vista architettonico è da mettere in rilievo l'organicità funzionale di questa fabbrica, la sua veste esteriore sobriamente aderente alla formazione interna, la solida eleganza dei tagli di volumi e di spazi, le proporzioni persuasive.
Trattasi insomma di una soda opera di architettura moderna felicemente adatta allo scopo per cui è stata realizzata, assai dotata, dal punto di vista tecnico e da quello espressivo».

[Redazione], Colonia "Principi di Piemonte" agli Alberoni di Lido (Venezia), in «Architettura. Rivista del sindacato nazionale fascista architetti», XVII (1938), n. 4, p. 244.

 

A seguito di un concorso ad inviti bandito dal Comune di Padova, l'architetto Daniele Calabi e l'ingegner Antonio Salce realizzano nel 1936-1937 al Lido di Venezia la Colonia “Principi di Piemonte”.
Daniele Calabi (Verona 1906 – Venezia 1964) dopo l'attività professionale svolta nel 1932-1938 tra Parigi, Venezia e Padova, nel 1938 viene estromesso dalla professione dalle leggi razziali e nel 1939 emigra a San Paolo del Brasile. Solo nel '49 rientrerà in Italia e aprirà uno studio con sedi a Milano, Padova e al Lido di Venezia. Più tardi l'attività professionale sarà affiancata da quella di insegnamento universitario. Le sue opere – di cui molte in ambito sanitario – sono state insignite di importanti riconoscimenti.
La Colonia "Principi di Piemonte" è localizzata nella località Alberoni nell'isola del Lido.
L'impianto è basato su una corte aperta verso il mare a est, delimitata da due corpi di fabbrica paralleli e da un porticato ad arco ribassato a ovest: l'edificio a nord si sviluppa in quattro livelli con le camerate per 400 bambini, mentre quello a sud ad un solo livello - con la medesima copertura ad arco ribassato - contiene i refettori. Una scala e una rampa interna servono l'edificio alto. Un altro edificio è destinato alla parte gestionale. 

 

Questo Petit tour è stato realizzato in occasione della digitalizzazione, a cura dell'Archivio Progetti, dell'Archivio Daniele Calabi. 

1. Planimetria generale, s.d.
2. Plastici dei corpi di fabbrica delle camerate e del refettorio fotografati nello studio, s.d.
3. Plastico dell'intera colonia, s.d.
4. Inizio degli scavi, 27 agosto 1936
5. Il cantiere della Colonia nel contesto degli Alberoni al Lido di Venezia, 1936
6. Cartello di cantiere, s.d.
7. Armatura e getto della struttura, s.d.
8. L'edificio dei dormitori in costruzione, s.d.
9. Disarmo dei pilastri rastremati, s.d.
10. Fasi conclusive del cantiere (tre fotografie impaginate su cartoncino), s.d.
11. Conclusione dei lavori di costruzione del portico, s.d.
12. Il dormitorio in fase di costruzione, s.d.
13. Conclusione dei lavori di dormitorio, portico, refettorio, s.d.
14. Il portico visto dalla strada alberata, s.d.
15. Gli edifici conclusi, prima dell'intonacatura, s.d.
16. Inaugurazione, 1937
17. La colonia a fine lavori, vista complessiva da terra, s.d.
18. Dettaglio dei dormitori e in primo piano il portico, novembre 1946
19. Vista frontale del portico, animato dai bambini, s.d.
20. Vista dall'alto delle volte del portico, s.d.
21. Percorsi pavimentati nella corte in sabbia, s.d.
22. La corte fotografata verso il mare, s.d.
23. La rampa interna, s.d.
24. La colonia vista dalla spiaggia: in primo piano la recinzione, al centro la corte, a destra l'edificio dei dormitori, a sinistra il refettorio, sullo sfondo il portico di collegamento, s.d.

Costantino Dardi. Scuola primaria a Longarone, 1964

a cura di Roberta Albiero

«Planimetricamente il progetto è caratterizzato dalla iterazione di un modulo spaziale, costituito dall'aula di insegnamento, lungo due direttrici ortogonali. La relazione tra i moduli di base determina la formazione di spazi porticati all'esterno e di aule riservate alle attività collettive, al gioco ed allo spettacolo, all'interno, differenziate in funzione dei cicli didattici».

C. Dardi, Semplice lineare complesso, Edizioni Kappa, Roma, 1987, p. 58.

 

Realizzata in tempi rapidi in seguito alla catastrofe del Vajont tra il 1964 e il 1966, la scuola primaria di Longarone, in seguito dedicata ai "Bambini del Vajont", progettata dal giovanissimo Costantino Dardi, stabilisce con l'ambiente montano circostante relazioni visive e fisiche che costituiscono il suo carattere più significativo. Il rapporto tra paesaggio e architettura si condensa in una configurazione dinamica e sintetica al tempo stesso.
I blocchi modulari delle aule, disposte per cicli, si distendono orizzontalmente e si aprono verso il paesaggio esterno inquadrandolo attraverso aperture che si trasformano in veri e propri cannocchiali. L'attenzione al dettaglio, fortemente debitrice della lezione scarpiana, come nel disegno dei casseri di legno, dei serramenti, del doccione, ne rivela la dimensione materiale e al tempo stesso temporale. 

La scuola costruita interamente in calcestruzzo mostra nella sua essenzialità formale e strutturale gli inizi di quella che diverrà nel tempo una costante della ricerca dell'architetto friulano, facendo di questa opera giovanile un momento di quello sperimentalismo linguistico di cui scriverà Manfredo Tafuri nella presentazione di Costantino Dardi, pubblicata successivamente su «Domus», del 1967. 

 

Questo Petit Tour ha l'obiettivo di contribuire alla campagna di sensibilizzazione per la difesa dell'architettura contemporanea a rischio di demolizione, promossa da numerose organizzazioni culturali ed iniziative cittadine. 

Scuola primaria "Bambini del Vajont", progetto di Costantino Dardi, Longarone, costruita nel 1964, ampliamento del 1976
1-2-3-4 Fotografie della scuola, 1976
5-6 Fotografie del modello, 1976
7 Planimetria, disegno, 1:100, 1964
8 Prospetto est, disegno, 1:100, ampliamento 1976
9 Schizzo planimetrico, disegno, 1:100, ampliamento 1976
10 Schema, disegno, 1:100, ampliamento 1976
11 Doccione, disegno, 1:1, ampliamento 1976
12 Fotografia di Luca Pilot
13-14 Prospettive, ampliamento 1976
15 Pianta, disegno, 1:50, ampliamento 1976
16 Prospetto sud, disegno, 1:50, ampliamento 1976
17 Sezioni, disegno, 1:50, 1:20, ampliamento 1976
18 Prospetto nord, disegno, 1:50, ampliamento 1976
19 Pianta quota 103.05, disegno, 1:100, ampliamento 1976
20 Particolari, disegno, 1:1, ampliamento 1976
21-22 Fotografie di Giulio Avon, 2022
23-24 Fotografie Servizio fotografico e immagini Iuav (Luca Pilot e Umberto Ferro), 2019 

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30135 Venezia
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