“Ormai lì non c’erano più le mie cose, parte del soggiorno lo usavo a volte come studio, per non rimanere troppe ore nello stesso spazio quando mi si sovrapponevano più lavori, le sceneggiature nel mio studio e i discorsi su commissione in un angolo del soggiorno, era abbastanza spazioso, il tavolino che vi avevo sistemato non c’era più, e perciò neppure la mia macchina né le mie carte né la mia penna né il mio portacenere né i miei libri di consultazione, nulla di tutto ciò era più necessario in quella casa. Il resto mi è sembrato identico nella penombra, Celia non aveva fatto cambiamenti, forse non aveva abbastanza soldi per quelli che le sarebbero piaciuti. Quando torniamo in un luogo molto conosciuto il tempo intermedio si comprime o addirittura si cancella e rimane annullato per un istante come se non fossimo mai andati via, è lo spazio immobile che ci fa viaggiare nel tempo.” – Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me
“Nell’arte contemporanea questa persistenza dei fantasmi è particolarmente forte nel lavoro di Rachel Whiteread. Alla fine degli anni Ottanta l’artista inizia a fare dei calchi di oggetti d’uso quotidiano come vasche da bagno e materassi, ripostigli e stanze da letto, in materiali vari tra cui gomma, resina, gesso e cemento. Gli oggetti reali vengono utilizzati per realizzare dei calchi di oggetti e gli spazi negativi così ricavati diventano l’opera; ne risulta una fattura ovvia, ma un’ambiguità dei riferimenti. Infatti, le sue sculture, sebbene basate su oggetti utili e luoghi della vita quotidiana, negano la propria funzione, irrigidendo lo spazio in una massa, e sebbene appaiano intere e solide, sembrano allo stesso tempo frammentarie e spettrali. In maniera ambigua, queste tracce letterali ne suggeriscono altre simboliche, memorie dell’infanzia, della famiglia, della comunità, fanno apparire “lo spazio culturale della casa” come un luogo degli inizi sopraffatto dai finali, come un posto nel quale vaga l’assenza.” – Hal Foster, Design & Crime
“Ogni anno leggiamo o sentiamo di fiumi in piena che hanno travolto una quantità di case insieme ai loro abitanti. Ma Höller aveva costruito la sua casa in modo tale, così Roithamer, che non poteva essere travolta, la posizione della casa di Höller è tale che in nessun caso può essere danneggiata dall’Aurach, lui, Höller, aveva costruito la sua casa nella gola dell’Aurach in modo da renderla immune da tutte le violenze della natura, e proprio quest’idea di costruire una casa nel punto più pericoloso dell’Aurach, nella gola dell’Aurach, dove nessuno avrebbe mai costruito una casa, non aveva più lasciato in pace Höller, che aveva continuato a ripetersi, devo costruire una casa proprio lì dove nessuno costruirebbe una casa, proprio lì nella gola dell’Aurach che tutti temono, lì dentro costruisco la mia casa, la costruisco esattamente lì, e quindi ovviamente aveva incontrato un’opposizione fortissima e per via della sua fermezza e ostinazione nel realizzare il suo progetto proprio nella gola dell’Aurach dove il fragore dell’Aurach è assordante e dove il pericolo di essere travolto un giorno dall’acqua e di essere completamente distrutto con tutta la famiglia è enorme, così Roithamer, dovunque andasse era stato sempre schernito e deriso, tuttavia non aveva rinunciato al suo progetto e aveva continuato e terminato la costruzione.” – Thomas Bernhard, Correzione
La casa, che sia pelle, tappeto, ombra, capanna, rifugio o fortezza è il luogo nel quale si manifesta l’idea di mondo, l’idea di appartenenza al mondo o di possesso di una parte del mondo. Case, come isole o come scialuppe in un mare bollente, disegnano l’arcipelago della città e della società. Nel 1948 nella rivista “Volontà” Giancarlo De Carlo affronta il problema della casa: “nella casa, gli uomini degradano al livello delle bestie. Vivono senza luce, senza aria, senza sole, senza verde. Perdono i contatti con la natura e con i loro simili, dimenticano il valore della loro attitudine all’associazione e alla vita simbiotica, si trasformano in strumenti passivi pronti alla disciplina, all’obbedienza e alla guerra”. Sempre nel 1948 Egle Renata Trincanato pubblica il suo libro Venezia minore nel quale finalmente ribalta l’immagine della città di laguna parlando delle sue povere case che, insieme con i nobili palazzi e i capisaldi monumentali, ne disegnano il corpo. La casa è il luogo nel quale si è combattuto e si combatte il gioco delle parti, quello in cui si definiscono i ruoli di genere e la forma della comunità, e ancora, più precisamente, spesso la cucina con la propria assenza o dilatazione definisce il dispiegarsi del teatro della vita.
Una casa ha sempre un volto esteriore. Un volume residenziale realizzato da Alvaro Siza a Kreuzberg in occasione dell’IBA84 trae forma dalla propria posizione dettata dall’incrocio tra due strade, è piegato e curvo nel punto di snodo, partecipa così al discorso e al moto di Berlino, al contempo espone, nella sua facciata più “estroversa”, la scritta, a firma anonima, “Bonjour tristesse”.
Federico Fellini immortala un piccolo cubo, ancora isolato in una periferia romana che sta per sorgere, eletto a casa di proprietà e a simbolo di riscatto della prostituta protagonista di Le notti di Cabiria (1957), ancora una casetta con incisa la scritta “casa dei sogni” è l’immagine che Guido Guidi ci propone per parlare di realtà ma anche di traiettorie, non importa se impossibili. “Oui, qu’est-ce qu’il y a de plus réel: la maison même où l’on dort ou bien la maison où, dormant, l’on va fidèlement rêver”, si interroga Gaston Bachelard ragionando su sogno e realtà attraverso il prisma della casa onirica.
Come una successione infinita di antri biotecnici e metafisici, Frederick Kiesler pensa per una vita alla Endless House, mentre tenta di portare a compimento la sua storia dell’architettura intitolata Magic Architecture, libro che non a caso si conclude con la bomba atomica: la tecnologia con la sua potenza è già sorta. Carlo Scarpa costruisce lagune su soffitti e immagina giardini d’acqua dentro appartamenti, pensa l’interno della casa come vero e proprio ambiente da abitare con il corpo e con la mente. Intanto Carlo Mollino mette in scena dentro un appartamento a Torino l’ultimo viaggio, allestisce spazi carichi di simboli non da vivere nel percorso terreno ma da occupare dopo, definisce quindi la “Casa del riposo del guerriero” riempiendola di oggetti ma lasciandola vuota, un testamento, un intérieur.
Nel 1972, in occasione della mostra Italy. The New Domestic Landscape, tenutasi al Moma di New York e curata da Emilio Ambasz, si assiste al divorzio tra architettura e design: sono esposti dispositivi di liberazione dello spazio ipotizzati per orchestrare altri territori dell’interno. Gli oggetti, che compongono il paesaggio della casa, sono autonomi dai muri della stessa: collegati tra di loro da impianti fluttuano in ipotetici assetti nella proposta di Ettore Sottsass, oppure emergono dal pavimento come antiche scaglie di monumenti nell’opera di Gae Aulenti.
Concrete Island, scritto da James G. Ballard nel 1974, è un romanzo dedicato a un’isola spartitraffico nella quale si trova imprigionato il protagonista dopo un incidente stradale. L’atollo corrisponde a un’area minima, è il risultato di un processo di pianificazione, un resto inutile e inabitabile, eppure molte peripezie avvengono al suo interno. Il lettore con ansia attende che il malcapitato esca dalla trappola, ma poi proseguendo nella lettura anche lui si affeziona a quello strano non-luogo, si abitua a un posto senza orizzonte e senza uscita, inizia a pensare che il mondo finisca lì e che questo limite imposto sia forse l’unica certezza. L’isola di cemento, spazio per statuto non abitabile o forse, meglio, non deputato a essere abitato, da prigione si trasforma, nello scorrere delle pagine, in luogo nel quale prendere le distanze dalla vita precedente.
Negli anni Ottanta e Novanta del Novecento il territorio della casa si fa particolarmente inquieto e perturbato come testimoniano gli otto numeri della rivista “Ottagono” diretta da Marco De Michelis dal 1989 al 1991; nel numero 96 del 1990, intitolato Protesi, campeggia la Slow House di Diller & Scofidio a testimonianza di come una moltitudine di schermi è entrata in casa a complicare il ruolo della finestra. Nel 1986 Rem Koolhaas manipola il Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe, lo tramuta in una casa-palestra deformata dalle tensioni di un corpo diventato unico, edonistico e narcisistico protagonista sulla scena. Peter Eisenman moltiplica pensieri e disegni di Houses nelle quali la griglia, che prima investiva i territori, si propone non come sistema d’ordine ma come impianto di molteplici labirinti tridimensionali. Le cabine dell’Elba ricordate da Aldo Rossi sono ben distanti dalle torri di guardia e dalla casa di colui che ha deciso di non partecipare nella visione di John Hejduk per Cannaregio Ovest (1980). In quest’opera immaginata per Venezia architettura e vita non s’intrecciano metaforicamente o in tempi distinti ma sono un impasto, una trama fatta di isole e un copione che lascia tutti in mare aperto. Nel 1995 Shigeru Ban realizza la Curtain Wall House: la casa torna a essere una tenda, pur essendo in realtà un telaio in cemento e acciaio che permette uno sviluppo di tre piani dell’edificio. Lo spazio “interno” è arretrato rispetto al perimetro del volume, il primo è quindi chiudibile attraverso vetrate, il secondo è definito da una superficie di stoffa scorrevole. Se Walter Benjamin aveva caratterizzato l’intérieur borghese dell’Ottocento per la fodera che doveva attutire l’invadenza della metropoli, ora non c’è un esterno né da rimuovere né da evocare, ma un interno da esporre rompendo i confini dell’intimità, della privacy e della sicurezza.
L’ingresso nel nuovo Millennio espone una liberazione dalle maglie strette dell’isola della casa o dalla casa isolata che appare più virtuale che reale e che attende nuove rotte teoriche. Nel 2000 David Cronenberg con il film Existenz insiste sull’esasperazione della nozione di interno fino a farla coincidere con quella d’intérieur e, ancora oltre: nel racconto il centro della casa non sono più le stanze e i muri ma il letto nel quale i protagonisti possono sdraiarsi e connettersi, attraverso un mouse inserito nell’ombelico, a realtà virtuali. Nel racconto cinematografico di Cronenberg il nido privato è utile per isolarsi, estraniarsi dalla realtà e immergersi in un altrove che non ha bisogno di terminali architettonici. Nel 2003 Bernardo Bertolucci nel film The Dreamers, ambientato a Parigi nel Maggio 1968, narra una possibile ri-occupazione della casa: tre giovani ragazzi smontano la meccanica corrispondenza tra stanze e usi in un appartamento borghese parigino, attraversandolo come un luogo nel quale insediarsi, nel quale istituire temporaneamente un arcipelago di situazioni. Bêka e Lemoine nel film Koolhaas Houselife (2008) raccontano le difficoltà che Guadalupe Acedo ha nel fare le ordinarie pulizie nella casa realizzata da OMA a Bordeaux. Quest’ultima, pur essendo un esempio di casa-mondo fatta di piani dalle difformi geografie e pensata per un committente costretto a una ridotta mobilità, diventa così il simbolo di una faticosa realtà da gestire.
Lacaton & Vassal si occupano delle difficili banlieue francesi con PLUS (2004), un piano governativo per dare più spazio agli appartamenti delle grandi navi architettoniche che fluttuano lontano dai centri delle città, o manomettendo finalmente la tipologia e trasformando serre in case. Ma le grandi case collettive nel nuovo millennio solo in parte sorgono, a dimensione ridotta e a ridotto spirito brutalista, inseguendo il prefisso “co-” giustapposto a “housing”, dando spesso luogo a enclave tematiche, generazionali, economiche. In parallelo le monumentali case collettive del secondo Novecento vengono cancellate come un brutto ricordo. Sono demoliti in più fasi, ad esempio, il complesso Robin Hood Gardens realizzato nel 1972 a Londra da Alison e Peter Smithson cancellato nel 2025 e sei delle sette Vele di Scampia costruite da Francesco Di Salvo tra il 1972 e il 1980 nella periferia nord di Napoli, scomparse nel 2026 ma ritratte nel 2007, in 7.000 scatti, da Tobias Zielony.
Mentre Philippe Rahm, dopo la Maison à cloisons invisibles di Nicholas Schöffer del 1955, torna anticamente e modernamente alla casa climatica, intuendo che rispetto alla nota querelle del 1959 tra Ernesto Nathan Rogers e Reyner Banham il frigorifero avrebbe a breve vinto ogni partita e abbattuto ogni dubbio sulla propria rilevanza, romanticamente nella mostra Machine à penser, allestita presso Fondazione Prada di Venezia nel 2018, sono presenti riproduzioni delle capanne di Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein (quest’ultima in scala al vero). La capanna torna imprigionata dentro un vecchio palazzo nobiliare lontana da boscose cime montane, ma osservandola in scena si fa spazio soprattutto l’idea, distante dai temi della mostra, di compartimentare una grande architettura e di abitarne solo una stanza al fine di connettere il tema della casa con il rebus dell’estensione del patrimonio storico e con il problema delle risorse individuali e planetarie. Nel 2023 studio TAKK propone la ristrutturazione parziale di un appartamento a Barcellona (al costo di soli 10.000 euro) inserendovi una struttura, un’entità più minuta e gestibile; solo questa è nuova e climatizzata: la casa perde terreno a favore di un nuovo territorio incerto ma sempre interno.
Si moltiplicano le operazioni che vedono la trasformazione di un appartamento da spazio privato o di rappresentanza a luogo nel quale considerare un ospite in più, un intruso, un estraneo, che nella casa non avrebbe mai dovuto entrare ma che è necessario per sopportarne il peso economico. Un immane deposito di manufatti inutilizzati e dimenticati attende di essere riabitato: Maria Giuseppina Grasso Cannizzo trasforma una vecchia stalla in una casa replicandone il volume dopo averlo abbattuto, muta un asilo vacante in villa ma nulla cambia delle sue dinamiche spaziali perché la famiglia è numerosa. Emergono ricordi di forme di autorialità ampliate: Gilles Clément afferma di aver costruito una casa da giardiniere, è il racconto di un’opera collettiva portata avanti nel tempo con ospiti e con le diverse forme di vita che albergano negli anni Settanta nella campagna francese. Qui la comunità è allargata a quel mondo rurale cancellato o negato che ha continuato e continua a vivere lontano dalle città e dai suoi immaginari.
La casa forse sono gli oggetti che si accumulano e che si portano in viaggi più o meno definitivi o è un sublime spazio vuoto, certamente è l’isola (concreta, distrutta, virtuale o anche solo immaginata) dalla quale si cercano di capire coordinate relative e assolute di un mare spesso in tempesta.
Sara Marini
Immagine: Ph. Marina Ballo Charmet, Rumore di fondo, Senza titolo #20, 1997
Rubriche: Progetto, Saggio, Viaggio, Ring, Archivio, Tutorial, Traduzione, Fundamentals
Invio abstracts
entro 5 settembre 2026
Notificazione di accettazione abstracts
entro 15 settembre 2026
Invio full papers
entro 10 novembre 2026
Rubriche: Racconto
Invio papers
entro 5 settembre 2026
Notificazione di accettazione papers
entro 15 settembre 2026
Pubblicazione Vesper No. 16
maggio 2027
Vesper è pensata nella sua successione di numeri tematici come discorso sulla contemporaneità e si struttura in rubriche; qui di seguito la call for abstracts e la call for papers a seconda delle tipologie.
Tutti i contributi nella loro forma definitiva saranno sottoposti a un procedimento di valutazione tra pari secondo i criteri della Double-Blind Peer Review a eccezione della rubrica “racconto”. Richiamando e rinnovando la tradizione delle riviste cartacee italiane, Vesper ospita un paesaggio articolato di modalità narrative, accoglie forme di scrittura e stili differenti, privilegia l’intelligenza visiva del progetto, dell’espressione grafica, dell’immagine e delle contaminazioni tra linguaggi. Per questi motivi anche nella fase di selezione sarà assegnata pari importanza all’apparato iconografico e a quello testuale.
Vesper è una rivista scientifica semestrale, multidisciplinare e bilingue (italiano e inglese), inclusa negli elenchi Anvur delle riviste di Classe A nei settori concorsuali 08/D1 - Progettazione architettonica, 08/E1 - Disegno, 08/E2 - Restauro e Storia dell’architettura, 08/F1 - Pianificazione e progettazione urbanistica e territoriale e 11/C4 - Estetica e filosofia dei linguaggi e delle riviste scientifiche nelle aree non bibliometriche 08 - Ingegneria civile e Architettura, 10 - Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche, e 11 - Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche.
Vesper è indicizzata su SCOPUS, EBSCO, Torrossa e JSTOR.
Progetto
Contributo con stretta correlazione tra un apparato di immagini/disegni e un testo critico corredato da note che indaghi le ragioni di un progetto realizzato dopo il 2000.
Saggio
Saggio scientifico corredato da note, bibliografia e iconografia.
Viaggio
Resoconto scritto o per immagini che racconta un viaggio fisico o immaginario e la sua scansione temporale e/o spaziale.
Archivio
Testo critico che accompagna una selezione di materiali d’archivio presentati con le loro segnature archivistiche.
Ring
Testo critico o selezione di immagini che illustra un fronteggiamento tra posizioni differenti poste sullo stesso “campo di gioco”.
Tutorial
Apparato iconografico sequenziale quale manuale d’uso per l’esecuzione di pratiche e/o operazioni.
Traduzione
Traduzione inedita di un documento in qualsiasi lingua che verrà pubblicata in italiano e in inglese e sarà accompagnata da un commento critico.
Fundamentals
Testi critici su alcune questioni fondamentali, sempre relative al tema del numero, e ciascuna incentrata su: An Author, An Idea, A Book, A Work, A Film, A Place, A Period, A Client. La rubrica è solo in lingua inglese e ogni autore è chiamato a scegliere un fondamentale per il quale proporre il proprio contributo.
Racconto
Testo di carattere letterario privo di note e riferimenti bibliografici, o narrazione per immagini.
Al seguente link sono disponibili i numeri in accesso aperto:
Santa Croce 1957 – Venezia
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