Il mare è sotto pressione. Tra perdita di biodiversità, inquinamento, riscaldamento delle acque e minacce alle comunità costiere, la sostenibilità marina richiede un nuovo approccio: integrato, sistemico, orientato alla pianificazione dello spazio e all’equilibrio tra tutela e sviluppo.
Il mare non è solo un ecosistema da proteggere ma una componente strategica delle economie contemporanee, un’infrastruttura naturale che regola il clima, sostiene la produzione alimentare, garantisce trasporti, energia, turismo. Ad esempio, le superfici di mari e oceani assorbono circa il 25% della CO₂ prodotta dalle attività umane, contribuendo in modo essenziale all’equilibrio climatico globale. Allo stesso tempo, il mare sostiene oltre l’80% del commercio mondiale, fungendo da snodo logistico e produttivo di scala planetaria. Eppure, oggi questa risorsa cruciale è in sofferenza.
Le pressioni esercitate dalle attività umane (come pesca intensiva, industria estrattiva, trasporto navale, urbanizzazione costiera) hanno raggiunto livelli tali da compromettere equilibri ecologici ritenuti fino a pochi decenni fa stabili. Il riscaldamento globale sta alterando la temperatura degli oceani, con effetti a catena sugli ecosistemi marini. Le emissioni di CO₂, oltre a contribuire al medesimo riscaldamento, aumentano l’acidità delle acque. Non a caso, dal 1985 a oggi il pH medio della superficie oceanica è diminuito del 15%, mettendo a rischio specie sensibili come coralli e molluschi. Nel frattempo, ogni anno tra 19 e 23 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei fiumi e nei mari, e il volume totale di questo materiale presente negli oceani è stimato tra 75 e 199 milioni di tonnellate. Le microplastiche sono ormai una costante nella catena alimentare marina.
Tutti fattori che mettono a rischio la biodiversità: oltre un terzo dei mammiferi marini e quasi un terzo degli squali, delle razze e dei coralli formatori di barriere è oggi a rischio estinzione. Anche le comunità costiere sono in pericolo, perché esposte in modo crescente all’erosione, all’innalzamento del livello del mare, alla perdita di risorse ittiche e all’intensificarsi degli eventi estremi. Ne derivano impatti diretti sulla disponibilità dei mezzi di sussistenza, sulla sicurezza alimentare, sulla stabilità economica e sulle infrastrutture, in particolare nei Paesi a basso reddito e nei piccoli Stati insulari.
A essere in crisi, quindi, non è solo l’ambiente marino, ma la sua funzione sistemica, cioè quella di piattaforma interconnessa da cui dipendono filiere economiche globali e processi climatici fondamentali. Pensare alla sostenibilità del mare non significa quindi aggrapparsi a un’idea romantica di natura incontaminata, ma riconoscere l’urgenza di ripensare il modo in cui progettiamo, utilizziamo e governiamo lo spazio marittimo. Non è solo una questione ecologica ma una sfida che riguarda pianificazione, innovazione tecnologica, giustizia intergenerazionale. Il mare è una risorsa finita. Sta a noi decidere se trattarlo come tale o continuare a usarlo come se fosse inesauribile.
Ecco perché parlare di sostenibilità marina non significa semplicemente ridurre l’inquinamento o creare nuove aree protette ma vuol dire soprattutto affrontare in modo integrato l’insieme delle interazioni tra attività umane, ecosistemi costieri e risorse del mare e degli oceani. Detto in altre parole, non si tratta di limitarsi a conservare il mare com’era, ma di riprogettarne l’uso in modo equo, efficiente e lungimirante.
Un primo passo in questa direzione è rappresentato dalla gestione integrata delle zone costiere, che mette in relazione ambiente, economia e società su scala locale e regionale. In molte aree del Mediterraneo, ad esempio, l’assenza di coordinamento tra porti, aree industriali, turismo balneare e aree naturali genera conflitti di utilizzo e degrado ambientale. Serve invece un approccio sistemico, capace di conciliare le esigenze del territorio con la capacità di carico degli ecosistemi. Un’altra leva strategica è la pianificazione dello spazio marittimo, strumento che consente di definire in modo trasparente e partecipato dove e come svolgere le diverse attività in mare: pesca, trasporto, produzione di energie rinnovabili, protezione ambientale, ricerca scientifica. Fondamentale è anche il concetto di economia blu sostenibile, intesa non solo come crescita economica in ambiente marino, ma come capacità di generare valore a lungo termine rispettando i limiti ecologici. Questo significa promuovere filiere a basso impatto, innovare i modelli produttivi e integrare la tutela dell’ambiente come parte centrale delle strategie di sviluppo. Infine, ogni azione deve poggiare su una tutela attiva degli ecosistemi marini, fondata su dati scientifici, monitoraggio continuo e capacità di intervento rapido. Le aree marine protette, le barriere artificiali, il ripristino degli habitat costieri sono strumenti importanti, ma da soli non bastano.
È quindi fondamentale comprendere che la sostenibilità del mare si costruisce con scelte progettuali consapevoli, regole chiare e investimenti pubblici mirati. E tutto questo sforzo non può essere affidato solo alla buona volontà dei singoli attori, spesso privati. Servono chiare ed efficaci cornici normative, strategie comuni e strumenti operativi che orientino le scelte di governi, delle imprese e dei progettisti. A livello internazionale esistono già riferimenti chiari, che delineano priorità e responsabilità.
Questi strumenti non sono semplici dichiarazioni di principio ma offrono una base concreta su cui impostare piani di intervento, strategie di progettazione e percorsi formativi.
Garantire la sostenibilità degli ecosistemi marini richiede competenze nuove, capaci di integrare saperi ambientali, economici, spaziali e sociali. In questo contesto, le università svolgono un ruolo centrale non solo nella produzione di conoscenza, ma anche nella formazione di figure professionali in grado di affrontare la complessità della governance marittima. Per l’Università Iuav di Venezia, questi temi non sono un’aggiunta accessoria ma parte integrante di un approccio progettuale che guarda al mare come spazio da pianificare, abitare, gestire. L’ateneo lavora da anni su strumenti come la pianificazione dello spazio marittimo, l’adattamento costiero ai cambiamenti climatici, la progettazione di infrastrutture portuali sostenibili e la rigenerazione delle fasce costiere. Lo fa coinvolgendo urbanisti, architetti, economisti, designer, esperti di ambiente e politiche pubbliche, in una logica fortemente interdisciplinare.
In questa visione si inserisce il Polo dell’Acqua di Venezia, centro internazionale di studi avanzati dedicato all’acqua e al mare, nato dalla collaborazione tra l’Università Iuav di Venezia, l’Istituto di Studi Militari Marittimi della Marina Militare, il CNR e altri enti pubblici. Il Polo ha sede nella laguna veneziana, ambiente simbolico e concreto dove si incontrano acque dolci e salate, natura e storia, fragilità ambientale e innovazione strategica. Il Polo dell’Acqua affronta il tema marino in ottica post-sostenibile, promuovendo una formazione orientata alla blue economy, alle energie rinnovabili, alle infrastrutture marine e alla pianificazione dello spazio marittimo. I corsi formano profili professionali capaci di rispondere alle esigenze del settore pubblico e di anticipare le sfide del mercato globale. Nel dettaglio, l’offerta formativa del Polo, interamente in lingua inglese, è articolata attorno a tre corsi di laurea magistrale: