Andrea Gritti
Anopticon
Parole chiave
Panopticon, Cacopedia, Minority Report, Umberto Eco, prigione
L’‘Anopticon’ è un dispositivo teorizzato da Umberto Eco nel progetto della Cacopedia, qui interpreta-to come radicale controaltare politico del ‘Panopticon’ di Jeremy Bentham. Definita machine à laisser faire, l’‘Anopticon’ inverte i meccanismi spaziali della macchina benthamiana: se nel modello del ‘Panopticon’ lo sguardo agisce come strumento di controllo disciplinare del potere sui detenuti, nel dispositivo di Umberto Eco il carceriere isolato è l’osservato, mentre sono i prigionieri a godere della libertà di movimento e invisibilità. Il testo confronta la descrizione letteraria con i disegni di William Reveley e i modelli reali di prigioni del Midwest, ed estende dunque l’analisi alla speculazione fantascientifica di Minority Report: qui l’’Anopticon’ diviene sistema di controllo predittivo e digitale, dove la visione anticipa il futuro e realizza l’ideale di una completa deresponsabilizzazione del potere definendo i contorni di una nuova e complessa eterotopia.
Luca Zecchin
Deposits (Knowledge Logistics)
Parole chiave
magazzino, Clorindo Testa, infrastruttura bibliotecaria, dispositivo di potere, libraries
I depositi librari e le tecnologie di movimentazione vengono lette come infrastrutture che determinano la configurazione dell’esperienza del sapere. Viene così rintracciata una genealogia che interseca logisti-ca industriale e architettura, a partire dal caso della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, dove Clorindo Testa eleva il deposito a sarcofago artificiale ipogeo e nucleo generativo del progetto. Attraverso l’analisi di modelli paradigmatici come la BNF di Perrault e la Mansueto Library di Jahn, si evidenzia come la separazione tra spazio pubblico e magazzino garantisca sicurezza e conservazione, concentrando le funzioni sociali e di consultazione nella parte visibile della biblioteca. I magazzini e la loro logistica determinano la configurazione spaziale della biblioteca, trasformandola in un ambiente sostenuto da un’organizzazione invisibile che ridefinisce la gerarchia dei luoghi della conoscenza e modifica radicalmente l’esperienza percettiva e intellettuale. Il deposito si pone quale dispositivo di potere che, oscillando tra occultamento e ostentazione iconica, modula l’accesso alla conoscenza e definisce le nuove posture spaziali e simboliche della biblioteca contemporanea.
Niloofar Amini
Between Will to Know and Will not to Know. Reading Afsaneh Najmabadi’s Women with Mustaches and Men without Beards
Parole chiave
studi di genere, cultura iraniana, modernità post-coloniale, cancellazione, sessualità
Il libro Women with Mustaches and Men without Beards di Afsaneh Najmabadi, viene qui letto come un intervento cruciale per la storiografia iraniana e gli studi di genere. Il Fundamental esplora lo slittamento epistemico prodotto dall’incontro dell’Iran con la modernità occidentale: nella vita estetica e sociale dell’epoca – in particolare nella poesia, nella pittura e nella vita di corte – era la bellezza, più che il genere, a determinare il desiderio. Queste figure erano ammirate e celebrate, e facevano parte di una cultura più ampia in cui gli atti sessuali esprimevano gerarchie e potere piuttosto che identità fisse. Attraverso costanti rimandi a La storia della sessualità di Michel Foucault, si va evidenziando una tensione tra la volontà di sapere occidentale e la volontà di non sapere iraniana: si è trattato di una cancellazione deliberata attraverso la quale le tradizioni omoerotiche e le espressioni di genere fluide sono state cancellate dalla memoria culturale nella ricerca della modernità. Questa tensione tra la volontà di sapere e la volontà di non sapere fornisce un terreno fertile per ripensare il modo in cui la sessualità e il genere operano sotto diversi regimi di potere, interrogando criticamente le amnesie della modernità post-coloniale.
Anna Ghiraldini
Knowledge on Wheels
Parole chiave
Enzo Mari, esposizione, Bompiani, comunicazione, design sociale
Nel progetto di Enzo Mari per una biblioteca mobile, redatto su commissione della casa editrice Bom-piani, emerge l’idea della circolazione della cultura nell’Italia del Secondo Dopoguerra. Il veicolo, progettato nel 1956, dotato di vetrine, scaffali e una piccola sala lettura interna, è pensato per portare libri nelle province italiane prive di librerie, facendo del mezzo di trasporto un negozio itinerante, una mostra e un vero e proprio ponte tra cittadini e cultura. Questa dimensione si contestualizza sull’intero arco della carriera di Mari, orientata all’intersecare i linguaggi con la possibilità di emancipazione sociale, mediata dal sapere e dalla conoscenza. Questi tratti delineano il fulcro della ricerca progettuale dell’autore, costantemente interessata ad accostare al rigore scientifico il suo più alto valore etico, spendibile per finalità sociali.
Alberto Grassetti
The Archive of the Renzo Piano Foundation. A Design Machine
Parole chiave
macchina del sapere, memoria, biblioteca segreta, documenti, sedimentazione
In un capannone industriale di Genova si trova il cuore operativo della memoria progettuale di Renzo Piano: l’archivio della Fondazione Renzo Piano. Lontano dagli spazi iconici di Punta Nave, qui si con-serva un patrimonio vasto ed eterogeneo che alimenta la conoscenza architettonica dell’architetto. Fondata nel 2004, la Fondazione si configura come un “archivio vivo”, strumento di trasmissione del sapere e, allo stesso tempo, supporto operativo alla pratica progettuale. Archiviare in questo contesto non significa solo conservare, ma generare conoscenza attraverso sedimentazioni e rielaborazioni continue. Tra-mite l’analisi di casi studio selezionati, si mostra come l’archivio, lungi dall’essere un deposito statico, agisca da motore attivo per nuove architetture, una vera macchina del sapere in cui memoria e progetto si fondono in un processo circolare.
Camila Mancilla
The Light Table
Parole chiave
trasparenza, Gordon Matta-Clark, collage, dispositivi, schermi
L’uso del light table in architettura è un’interfaccia formativa, a metà tra strumento e palcoscenico, che trasforma la luce in metodo. Sul suo piano, i disegni possono essere sovrapposti, tagliati e suturati, le geometrie nascoste e le giunture temporali portate alla luce. Il tavolo luminoso e lo schermo del computer contemporaneo non sono dunque opposti, ma parenti di una medesima natura architettonica fondata sul “vedere attraverso”. Entrambi i dispositivi fondono illuminazione e iscrizione, promettono leggibilità, ed entrambi rischiano di appiattire le differenze in nome della chiarezza. La differenza è etica e aptica: il tavolo luminoso impone una pratica di esposizione in cui giunture, nastro adesivo, grana e polvere diventano parte dell’argomentazione, lo schermo invece tende a celare le proprie unioni. Se lo schermo è emissivo – luce gettata verso l’occhio – il tavolo luminoso è trans-illuminativo – luce gettata attraverso la materia. Il primo eccelle nella simulazione, il secondo nella diagnosi. Per garantire l’onestà intellettuale dell’architettura è necessario conciliare entrambi questi aspetti all’interno di un unico approccio, rifiutando al contempo di cancellare i punti di congiunzione.
Miriam Rejas Del Pino
A Place to Read. Wolfgang Tillmans at the BPI - Centre Pompidou
Parole chiave
sapere pubblico, atlante visuale, topologia, spazializzazione, semiotica
La mostra di Wolfgang Tillmans Nothing could have prepared us – Everything could have prepared us presso la Bibliothèque Publique d’Information (BPI) è analizzata attraverso una prospettiva semiotica. La biblioteca pubblica, concepita come spazio del sapere, viene riconfigurata come un dispositivo visi-vo in cui leggere e vedere coincidono. Lungo la linea orizzontale dei tavoli, degli scaffali e degli arredi residui, e l’asse verticale delle pareti popolate, Tillmans compone un esteso “atlante” in cui il significato emerge dalle relazioni topologiche delle immagini spazializzate. Facendo riferimento alla teoria semioti-ca e al pensiero foucaultiano, l’articolo mostra come il percorso del visitatore metta in atto un passaggio dalla virtualità del significato alla sua manifestazione discorsiva. La mostra reinterpreta così la biblioteca come laboratorio del sapere pubblico, in cui movimento, montaggio e incontri contingenti con le im-magini diventano le condizioni stesse della produzione di senso.
Alessandro Canevari, Francesca Paoli
The President as Client. Building Myths, Mythmaking Buildings
Parole chiave
biblioteca presidenziale, memoria, monumento, eredità, ritualità civica
Una biblioteca presidenziale è molto più di un archivio: è un monumento in cui l’architettura scrive la memoria collettiva. Ciò che un tempo era considerato antiamericano – un presidente che progetta il proprio santuario – è divenuto un aspetto centrale della presidenza. Ogni biblioteca trasforma il governo in narrazione attraverso uno spazio sapientemente orchestrato, facendo del presidente il committente principale, colui che non solo commissiona la conservazione ma anche la messa in scena della propria eredità come rito civico. Tuttavia, la narrazione architettonica non è mai neutrale. Questi edifici curano i miti tanto quanto la storia, rendendo l’omissione una parte strutturale del racconto. Roosevelt elise l’internamento, Johnson celò la sorveglianza, Reagan occultò l’Iran-Contra, Nixon riformulò il Watergate. Ad Austin, la Great Hall in travertino di Gordon Bunshaft, fiancheggiata da file di scatole d’archivio rosse, esposte e assieme sottratte allo sguardo, trasforma la burocrazia in teatro. Qui l’assenza è progettata, la memoria coreografata. Queste biblioteche incarnano ciò che Arthur Schlesinger Jr. definì “presidenza imperiale”: l’autorità che si estende nell’architettura, la democrazia tradotta in monumento. Ognuna è un’ultima campagna: un estremo tentativo di immortalità attraverso la forma.