Fernando J. Devoto
Appunti sugli usi delle nozioni di esilio, esodo e dintorni
L’articolo esplora due nozioni, esodo ed esilio, nei loro molteplici usi e significati. A partire dalle potenzialità quasi illimitate del linguaggio, e dalle diverse strategie degli studiosi, le stesse parole acquisiscono nuovi e opposti significati a seconda dei momenti e dei luoghi. Per altri versi, gli usi del ricercatore e gli usi dei protagonisti sono differenti. Ciò fa sì che le nozioni di esodo ed esilio si comprendano meglio se le si colloca in un insieme più ampio di parole affini. Si suggerisce qui che nessun uso è vietato anche se al ricercatore nelle scienze sociali sarebbe richiesto di indicare in quale senso le utilizza, a beneficio del lettore. In ogni caso, in un contesto di instabilità inevitabile si può incontrare in queste due parole polisemiche la tenue perdurabilità di alcune tracce originarie: per esempio, riferimenti epico-mitici nella voce esodo o una ambivalenza tra castigo del potere e libertà del soggetto nella voce esilio.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Fulvio Lenzo
Ambasciatori, banditi, spie. Le “liste” nella Venezia del Settecento
La graduale perdita di peso politico di Venezia sullo scenario internazionale nel corso del Sei e Settecento corrisponde parallelamente a un aumento della sua importanza come luogo neutrale di confronto – e di scontro – fra le diplomazie internazionali. È il luogo fisico dell’ambasciata ad assumere il ruolo di “campo di battaglia” di contrapposizioni che, seppur spesso riducibili a questioni di precedenza e protocollo apparentemente banali, erano in realtà rappresentazione figurata di reali rapporti di forza. Le sedi diplomatiche godevano di immunità diplomatica, un diritto che gli ambasciatori intendevano far valere anche nelle immediate vicinanze, chiamate “liste”. Qui trovavano alloggio i servitori e i negozianti al servizio dell’ambasciata, le cui merci, per il solo fatto di essere destinate al rappresentante di un sovrano straniero, erano esenti dal pagamento di dazi. Ma le liste, impenetrabili agli sbirri, erano anche il rifugio di contrabbandieri, giocatori d’azzardo e avventurieri “banditi” da Venezia: non di rado, del resto, gli ambasciatori reclutavano questi personaggi per operazioni riservate e maneggi segreti. Per questo carattere precipuo, le liste erano tenute d'occhio molto da vicino dalle spie degli Inquisitori di Stato.
Gli abitanti di questo vivace sottobosco condividevano con i loro più influenti vicini la condizione di esclusi dalla vita della città, dal momento che anche gli ambasciatori erano costretti a un’analoga segregazione, essendo loro vietato per legge non solo di avere contatti diretti con i patrizi veneziani – cosa che li escludeva da feste, eventi mondani e circoli culturali – ma finanche di frequentare gli stessi negozi di barbiere, casini da gioco o case di tolleranza frequentate dai nobili locali.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Luca Molinari
Le solitudini dell’architetto
All’interno del “Mare chiuso” si individua una serie di micro-storie che raccolgono le due strade apparentemente separate, ma invece profondamente integrate, tra l’esilio come scelta radicale di autonomia e l’esodo come condizione subita che porta a forme di mescolanza necessarie, affinché il progetto di architettura si radichi con successo nel luogo.
Mescolanza e autonomia sono due condizioni che nutrono, in maniera differente, la ricerca originale di autori che non possono sopportare lo stato di appiattimento culturale, politico e sociale in cui sono immersi. E la circostanza attuale, dominata da un esperanto tecnico e linguistico che sembra annullare ogni differenza in nome di una assoluta efficienza ambientale e finanziaria, sta vivendo una crisi profonda delle ricerche autonome e di quelle sperimentazioni che possono portare a scenari alternativi. La riflessione critica propone e analizza in parallelo la ricerca di autonomia, attraverso forme estreme di auto-esilio (l’esperienza di Utzon a Maiorca) e ricerca di forme di creolizzazione linguistica e progettuale (i “local heroes” tra Beirut, Istanbul, Marsiglia, Barcellona e l’Italia del Sud), visti come i due poli necessari per il ripensamento sull’architettura contemporanea e il superamento di una condizione di crisi in cui è avvolta da almeno due decenni. Gli autori su cui si concentra il contributo appariranno figure tragiche perché descrivono la fine dell’architetto demiurgo moderno e l’emergere di figure impastate nella realtà e nelle sue contraddizioni, offrendo una idea di fragilità del progetto di architettura che ci potrebbe liberare definitivamente della sacralità romantica dell’autore, consegnandoci progettisti immersi nel mondo. L’isolamento subito e ricercato diventa una risorsa per ridurre il rumore di fondo e cercare nuove traiettorie di dialogo e di produzione di visioni utili al superamento di questa condizione.
Esodo ed esilio sono le due facce di un unico fenomeno che afferma la centralità del pensiero autonomo di un autore e insieme il bisogno vitale di mescolare pensieri, azioni e simboli per rinnovarli e renderli utili alle comunità in cui agiranno.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Daria Ricchi
Jet Lag. Esodo dal viaggio e dal domestico nell’opera di Diller + Scofidio
Elizabeth Diller e Ricardo Scofidio in molte delle loro opere di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, hanno esplorato, con il loro studio, il tema del viaggio e, esattamente all’opposto, del domestico. Il viaggio è inteso come esplorazione sia della psiche e del corpo, sia delle storie personali e collettive, e inoltre come investigazione di territori altri estranei al quotidiano. Il viaggio è codificato anche come fuga ed esodo da se stessi alla ricerca di un altrove. Più spesso, al centro delle loro sperimentazioni progettuali ed artistiche risiedono la tensione e la mancanza di equilibrio tra viaggio ed esilio alla ricerca di domesticità e familiarità. Lo studio newyorkese suggerisce e offre diversi spunti per scavare più a fondo in quel bisogno, in quella impellenza innata dell’uomo di collocarsi nel tempo e nella storia, di fuggire da se stesso. Il risultato è creare altre storie della propria vita, con il tentativo di continuare a cercare l’esodo da un altro altrove.
Scarica il contributo ad accesso aperto
Dario Cecchi
Montaggi di esodo. L’immagine tra tensioni etiche e direzioni politiche
Esodo ed esilio possono essere a buon diritto considerati come vere e proprie figure moderne del politico. Se l’esodo, seguendo il modello biblico, rimanda all’idea di emancipazione, l’esilio rinvia invece all’idea di un possibile rimpatrio, ovvero di un espatrio senza ritorno.
Guardando alla tradizione filosofico-politica novecentesca, le due categorie appaiono intrecciate e sovrapposte, rimandando alla questione della rifondazione o nuova fondazione di uno spazio pubblico in cui le istanze di libertà e giustizia siano formulate secondo schemi inediti. È a Benjamin che dobbiamo in particolare la messa a punto dell’idea secondo cui è possibile ricondurre la politica alla sua “immagine dialettica”. È ad Hannah Arendt che va il merito di aver ripensato l’attore politico nei termini di un narratore, il quale esibisce un giudizio esemplare sui fatti di cui ella o egli è partecipe in prima persona. Se la figura dell’esodo, dunque, apre un orizzonte virtualmente infinito di libertà nello spazio pubblico, la figura dell’esilio interviene a indicare nel singolo caso esemplare i confini della giustizia esigibile. Si tratta di un tema emerso con forza negli ultimi anni, in correlazione con la crisi migratoria e umanitaria, e che ha trovato molteplici riscontri nelle arti.
In tutti questi casi l’esiliato sembra proporsi come la figura di un “fantasma” del politico, il quale paradossalmente esiste solo nel futuro, in quanto negozia i termini del suo ritorno e riconfigura così lo spazio condiviso con gli altri. Sulla scia del paradigma dell’immagine intesa come “messa in riserva dei segni”, si potrebbe parlare della figura dell’esilio come di un operatore della violenza rimossa nella figura dell’esodo.
Scarica il contributo ad accesso aperto