
Università Iuav di Venezia
SBD Archivio
Progetti
Facoltà di Architettura
in collaborazione con
Comune di Longarone
Fondazione Vajont
COMUNICATO
STAMPA
mostra
LA VALLE DEL MODERNO
a cura di
Fernanda De Maio e Carlo Palazzolo
con
il contributo di Maddalena Basso e Antonella Indrigo
26 maggio > 7 luglio 2010
sala
espositiva Archivio Progetti
Cotonificio
Santa Marta
Dorsoduro
2196, Venezia
inaugurazione
26
maggio 2010, ore 18.00
sede
sala
espositiva Archivio Progetti
Cotonificio
Santa Marta
Dorsoduro
2196, Venezia
apertura
lunedì
– venerdì 9.30 > 13.30
giovedì
15.00 > 17.30
chiuso
sabato e festivi
Nella geografia che cambia il
volto dell’Italia trasformandola da regione europea depressa e sconfitta
dopo la II guerra
mondiale a nazione del “Miracolo Economico”, alcune date e alcuni
luoghi diventano emblematici e assumono un valore quasi mitico. Ai due estremi
di questa geografia raggrumata in poche decine di chilometri stanno il Monte
Antelao e il Monte Toc. A separare questi due monti e le vicende che li vedono
protagonisti vi è un arco temporale analogamente compresso: quello tra il 1956
e il 1963.
In questo breve periodo la
fiducia nello sviluppo di un certo modello di crescita italiana in campo
sociale, economico, culturale e sportivo produce a ritmo serrato eventi (le
olimpiadi invernali di Cortina del 1956), modificazioni territoriali
(sfruttamento intensivo - a fini energetici - di ogni rivolo d’acqua del
Piave e dei suoi affluenti cambiando radicalmente il panorama delle vallate
bellunesi) e nuove scelte insediative (il villaggio di vacanze per i dipendenti
Eni di Borca di Cadore) il cui portato a livello nazionale è una nuova idea di
abitare e sfruttare la montagna.
Con la mostra “la valle
del moderno” si intende dare conto dal punto di vista degli esiti
architettonici e di trasformazione del territorio del fitto intreccio tra i
temi legati alla produzione di energia elettrica e i temi legati al godimento
turistico delle Dolomiti, non più per una élite sociale ma per uno spettro
sempre più ampio di popolazione, grazie anche al diffondersi
dell’automobile quale mezzo di locomozione familiare.
È proprio nella scia di una
nuova dimensione di benessere diffuso a tutti gli italiani che fiumi e torrenti
furono imbrigliati, spuntarono nuovi laghi artificiali, le montagne furono
traforate da chilometri e chilometri di gallerie per il trasporto
dell’acqua in pressione e migliaia di uomini trovarono nel lavoro per il
colosso idroelettrico veneziano (SADE) una momentanea alternativa all’emigrazione.
Un’opera grandiosa, non c’è dubbio. Tuttora fonte di energia
preziosa per il nostro apparato produttivo e per il nostro stile di vita che di
energia non sono mai sazi. Con un piccolo corollario: l’apocalisse del
Vajont. Dopo è un'altra storia.
Le vicende appena tratteggiate
hanno suggerito la ripartizione della mostra in tre sezioni:
la prima sezione dedicata alla
conquista elettrica, documenta i
lavori infrastrutturali che hanno preceduto o affiancato la vicenda del Vajont
con particolare riferimento all’opera dell’ingegnere Carlo Pradella
i cui materiali originali (disegni e modelli) sono oggi custoditi
dall’architetto Giorgio Pradella mentre le foto sono di proprietà
dell’archivio Saicam;
la seconda sezione, dal titolo
inventare la montagna, estremamente corposa, grazie al fondo Edoardo
Gellner dell’Archivio Progetti, documenta la meditata ricerca di una
diversa idea di modernità da parte dell’architetto bellunese - in cui
coesistano architettura, natura e progresso - attraverso l’esposizione
dei disegni e dei modelli del villaggio di Borca di Cadore nel suo insieme e di
alcuni suoi pezzi particolari quali la chiesa (progettata in collaborazione con
Carlo Scarpa), il campeggio, la colonia, nonché il diffuso benché rado tessuto
delle case - frutto di una continua variazione sul tipo messo a punto per
questa straordinaria occasione.
Nella terza ed ultima sezione
della mostra, ricostruire la montagna,
affiora e diventa pregnante il tema della ricostruzione dopo il disastro
del Vajont con tutte le ripercussioni legate alla necessità di recuperare
l’identità di luoghi e persone
improvvisamente scomparsi con l’infrangersi di un’onda che
diventa, nei disegni e nell’opera realizzata degli architetti impegnati
in tale fase, anche l’infrangersi del mito della modernità progressista
in favore di una idea di modernità in cui misura dell’uomo e vastità del
paesaggio, non più in conflitto, costruiscono un nuovo panorama. Attraverso
i disegni e le opere per Longarone di
Valeriano Pastor (le case), gentilmente messi a disposizione dall’autore,
di Costantino Dardi (la scuola), del
gruppo Avon e Tentori (il sistema dei collegamenti e degli spazi pubblici) del
gruppo Zanuso, Avon e Tentori (il cimitero) e di Giovanni Michelucci (la
chiesa) e i diversi piani cui lavorano sotto la guida di Giuseppe Samonà, C.
Dardi, V. Pastor, G. Polesello, E. Mattioni, L. Semerani e M.Tessari, si disvela non solo
l’abilità di una generazione ma la passione e l’impegno civile profusi
nell’affrontare un tema tanto difficile sgomberando il campo da facili
gesti retorici.
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