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presentazione

 

Scoperta, scavo, rovina, antichità, storia, documento, museo, conservazione, restauro. Sono questi i termini che facilmente associamo, pensando ad una disciplina come l’archeologia che conserva un fascino proprio, legato al mistero di una memoria perduta e ritrovata, a cui spesso si vorrebbe affidare anche l’identità difficile di realtà distanti tanto nel tempo che nello spazio.

E’ la rovina l’oggetto d’interesse, di studio, di analisi dell’archeologo.

Ed é la rovina che troviamo “isolata”, sparsa nel territorio, raccolta nei siti archeologici, incapsulata nella costruzione della città, catturata nei musei, a volte ricomposta materialmente, altre volte ricostruita solo graficamente.

E’ la rovina che gli architetti, dal Rinascimento in poi, hanno rilevato e ridisegnato per apprendere le regole compositive del fare Architettura, scegliendo l’epoca che aveva costruito lo stile più in voga in un certo periodo.

E’ quella rovina che, come affermava Raffaello nella lettera a Leone X, avendo perso l’ornamento o la sola decorazione, restava a testimoniare la “macchina del tutto, le ossa del corpo prive della carne”.

Quella “rovina isolata”, abbandonata all’azione modellante del tempo, nella sua qualità di parte che rimanda ad un tutto, o come elemento semplice che rimanda a una complessità perduta, rappresenta inevitabilmente un campo di interesse per gli architetti.

Elementi semplici, tecniche costruttive e regole compositive, storia, tradizione ed arte dell’architettura, attraversano l’interesse archeologico di un architetto. Ma é anche vero che lo stato di immobilità della rovina “isolata”, dovuto proprio al suo isolamento, all’allontanamento cioè da altre relazioni e da nuove trasformazioni, ridotta ad oggetto da guardare semplicemente per il suo valore documentario e istruttivo, non riesce né a colmare la necessaria tensione progettuale dell’architetto, né a contribuire alla costruzione di una qualità del territorio.

Se l’archeologo a volte si rammarica della trasformazione o del riutilizzo trasgressivo o irrispettoso delle sue rovine, della stratificazione che ha cancellato l’integrità originaria, l’architetto inizia a trovare in quei riutilizzi e rimaneggiamenti delle stesse pietre, un’utilità operativa del suo interesse per la storia e il fascino di un progetto che riesce a confrontarsi con il passato senza temerlo, ma ricercando una qualità architettonica senza limiti di tempo.

La rovina isolata viene allora affiancata alla “rovina reimpiegata”, riutilizzata con nuovo ruolo in contesti modificati, capace di assumere diverse identità. Allora il frammento può essere riletto nella sua capacità di dar origine ad altro, nel suo carattere fondativo, oltre che documentario, nella capacità di stabilire relazioni mai programmate eppure sottintese dalla sua conformazione.

Si scopre così l’importanza per l’architetto di recuperare uno sguardo da “archeologo”, di saper leggere ciò che deriva dall’architettonicità delle “rovine”, vecchie e nuove che siano, dalla forma originaria più o meno riconoscibile, dal loro più o meno apprezzabile valore “estetico”.

Al di là quindi dell’interesse per culture lontane e antiche, l’archeologia che si vuole qui presentare, non é solo quella oggetto di tutela da parte delle Soprintendenze, dove la rovina ha soprattutto valore di testimonianza, di conseguenza considerata inalterabile e incomparabile con nessun altra cosa che non sia tesa a proteggerla da un ulteriore logorio del tempo.

Qui rientrano quelle Archeologie che oltre a suggerire un metodo valido di lettura della realtà contemporanea, sono in grado di farci ritrovare un confronto diretto tra passato e presente, che in molte situazioni di pregio ha costruito la ricchezza, la complessità e la bellezza delle nostre città e del paesaggio italiano.

Sappiamo come in passato la costruzione, spesso per questioni di convenienza, veniva ad impiantarsi su strutture preesistenti, e la continua stratificazione della costruzione urbana ha definito una qualità dei centri storici che nessun progetto, per quanto di valore, é riuscito mai ad emulare.

Oggi, nell’immobilismo di qualsiasi testimonianza del passato, sia essa di valore architettonico o puramente documentale, si è ridotto il ruolo della testimonianza a quello di un oggetto fine a se stesso e alla sua materialità, da considerare, anche all’interno di relazioni urbane più complesse come “rovina isolata” o ancora da isolare.

A questa tendenza, che pur riguarda un continuo e dilagante processo di introversione nella conformazione della città contemporanea, è possibile dare un’alternativa, indagando sulla complessità e le problematiche che pone il confronto diretto tra l’architettura contemporanea e i resti o le tracce di un importante passato.

 

Michel Foucault in “L’archeologia del sapere” (Milano, 1980) scriveva: “L’archeologia non é subordinata alla figura sovrana dell’opera e non cerca di cogliere il momento in cui questa é emersa dall’orizzonte anonimo, non é nulla di più e null’altro che una riscrittura: cioé, nella forma conservata dell’esteriorità, una trasformazione regolata di ciò che é già stato scritto.”

 

Attraverso i luoghi dell’archeologia si definisce un senso del tempo puro (Marc Augè, ROVINE E MACERIE. Il senso del tempo, Torino, 2004) “Le rovine esistono attraverso lo sguardo che si posa su di esse. Ma fra i loro molteplici passati e la loro perduta funzionalità, quel che di esse si lascia percepire è una sorta di tempo al di fuori della storia a cui l’individuo che le contempla è sensibile come se lo aiutasse a comprendere la durata che scorre in lui.”

“Questo gioco di distruzione–costruzione-restituzione alla luce, mira alla creazione di un insieme inedito (perché riunisce monumenti, edifici e resti che fino a quel momento non erano mai stati contemporanei): un insieme “scolpito” nella massa composita della storia e posto in contiguità, come in un’immensa installazione, con alcune parti più recenti della città, o addirittura con un frammento spostato della città antica.”

 

Nel paesaggio contemporaneo, il progetto di architettura si confronta spesso con le tracce più o meno consistenti di un’identità passata, stratificatasi nel corso del tempo e riformulata attraverso diverse archeologie.

Si tratta il più delle volte di ambiti caratterizzati dalla presenza intrecciata di stratificazioni storiche, paesaggio, cultura e complessità contemporanee, che costituisce la particolarità e la qualità del territorio italiano.  Archeologie diverse, che riguardano costruzioni emerse dal tessuto della città o sparse nel territorio, interessando tanto elementi di pregio quanto preesistenze con tempi e storie diverse.

I territori spesso si appropriano di quelle costruzioni e di quelle storie, secondo varie modalità, a volte trasfigurandole, altre volte tentando di congelarle in un assetto senza tempo, comunque assegnando ad esse un valore aggiunto, fondamentale per la loro adeguata trasformazione.

 

La strategia dell’archeologo, nella misura in cui si serve delle tracce e delle rovine per formulare un’ipotesi di ricostruzione della realtà investigata, pur partendo da una rigorosa indagine filologica, sconfina continuamente nell’immaginazione e nella visione progettuale di quanto ritrovato.

La qualità che cerca di individuare sul territorio é quella che si evidenzia nella capacità di frammenti di diverse epoche e dimensione, di comporsi all’interno della città o del paesaggio con ruoli spesso completamente modificati rispetto a quelli originari, ma che sottolineano sempre elementi e regole fondative dell’architettura.

 

I luoghi delle diverse archeologie impongono una particolare attenzione, consapevolezza e specificità del progetto di architettura, che non è solo quella del riconoscere il valore documentale di un particolare complesso, appartenente ad antiche civiltà, a una certa epoca o con particolare significato nello sviluppo tecnico e industriale.

L’architettura che interagisce con le archeologie riconosce e da forma a nuove relazioni che innestano nuove strategie, nuovi usi e anche nuovi ruoli, tali da riattivare l’oggetto o il sito archeologico nella città come nel paesaggio.

Aldo Rossi a tal proposito scriveva in “Architettura e città: passato e presente” (Scritti scelti sull’Architettura e la città. 1956-1972 - CLUP, Milano, 1988):

“ … Come architetto non ho mai avuto maggiore comprensione dell’architettura romana che di fronte al teatro e all’acquedotto romano di Budapest; dove questi elementi antichi sono immersi in una convulsa zona industriale, dove il teatro romano è un campo di pallone per i ragazzi del quartiere, e un’affollata linea tranviaria segue i resti dell’acquedotto.”

 

 

area di ricerca Architettura e archeologie

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