Undergraduate and graduate programmes offered by the University iuav of Venice:

 

Stefano Munarin

Eccipienti urbani.

Immaginare nuovi spazi per abitare la città

tutor: Ruben Baiocco, Michela Pace, Cristina Renzoni

 

Ciò che mi affascina ed interessa della città è il suo essere “strumento di convivenza”, luogo che, obbligando a condividere la propria esperienza di vita con gli altri, permette di imparare a vivere assieme: non garantisce il risultato, ma consente di giocare la partita.

 

A partire da qui mi interessa riflettere sugli “spazi del welfare” e sugli spazi pubblici o dove “si sta in pubblico”, sugli spazi che tengono insieme gli edifici, sugli elementi di coesione urbana.

 

Mi interessa riflettere sulle pratiche e i luoghi attraverso i quali oggi si ricerca non tanto il proprio benessere individuale ma quella parte di benessere che ha bisogno e si genera dallo stare insieme e attraverso pratiche di condivisione, i luoghi nei quali si attivano forme di “capitale sociale di reciprocità” e prendono vita “beni relazionali”:  beni cioè la cui utilità per il soggetto che li consuma dipende, oltre che dalle loro caratteristiche intrinseche, dalle modalità di fruizione con altri soggetti.

Ciò significa tornare ad osservare la città come infrastruttura, come supporto capace di accogliere ed attivare relazioni sociali, significa riportare l’attenzione sulla città come “strumento della vita impersonale”, struttura in cui la diversità e la complessità delle persone, degli interessi e dei gusti sono fruibili come esperienza sociale.

 

A partire da tali questioni, e dal presupposto che ciò che ci tiene insieme è un obiettivo, un fine, un’idea del futuro piuttosto che qualcosa che ereditiamo dal passato, il workshop intende assumere come caso studio una generica porzione urbana, una parte di città che potrebbe stare ovunque in Europa, in cui svilupperemo progetti per lo spazio pubblico , lo spazio di relazione, lo spazio in-between. Cercheremo di trasformare in infrastruttura collettiva una serie di spazi interclusi nel tessuto urbano, ripenseremo quei “resti” che, quasi come fossero spazi senza nome, si insinuano nella città e costituiscono delle potenzialità in attesa.

 

Quando pratichiamo la città consolidata ci capita di usare principalmente proprio lo spazio che sta “tra”: tra l’esterno (strada, marciapiede, piazza, viale, brolo, portico, sagrato, vicolo, galleria, ecc.) e l’interno (negozio, hall, ingresso, foyer, ufficio, scuola, ecc.), tra lo spazio individuale e quello collettivo, tra i luoghi della privacy e quelli dove viviamo le nostre esperienze sociali. Oggi spesso è questo che manca: il “connettivo”. Cercheremo, quindi, di ripensarlo  prestando attenzione in particolare alle relazioni tra città e spazi del welfare. Cercheremo di ripensarlo perché ovviamente non possiamo replicare la città del passato, riusando i suoi materiali (marciapiedi, viali, piazze, portici, ecc.), o semplicemente arredarlo (aggiungendo fontane o opere di land art) ma nemmeno accettare, con “cinico realismo”, come incontrovertibile dato di fatto, ciò che c’è. 

 

Lo faremo sapendo che spesso si tratterà di lavorare su interventi minimi, che richiedono un lavoro umile, ai “limiti dell’architettura”, attraverso progetti che accettano le incrinature della città, che lavorano sulla “camminabilità urbana”, aperti rispetto al tempo, incrementali, progressivi e tendenzialmente a basso costo, che lavorano sullo spazio del quotidiano, progetti che nel loro insieme cercano di migliorare l’abitabilità della città.

 

Leggendo la composizione di una normale pastiglia contro il mal di testa, si scopre la presenza di un solo principio attivo (ad esempio ibuprofene) accanto ad una sorprendente sequenza di eccipienti: etilcellulosa, cellulosa acetoftalato, amido di mais, celluola microcristallina, saccarina, sodio croscarmellosio, aroma fragola, acido fumarico, silice colloidale, magnesio stearato, calcio fosfato dibasico anidro. Ecco, a volte penso che con la stessa fantasia, inventando materiali nuovi (in fondo, esisterà veramente il sodio croscarmellosio? E cosa sarà mai l’acido fumarico?) dovremmo pensare un po’ di più anche all’eccipiente. Mi pare che anche nella città, oltre ai principi attivi sia necessario e fondamentale l’intorno fatto di “banali” eccipienti, di materiali che “tengono insieme” le cose, rendendone di fatto possibile non solo l’uso, ma anche la stessa esistenza.

 

 

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