Undergraduate and graduate programmes offered by the University iuav of Venice:

Vesper. Rivista di architettura, arti e teoria

 

Sissi Cesira Roselli, Domestico Selvatico, 2019

 

 

Vesper No. 3 Nella Selva | Wildness

La selva torna nella cultura europea sia come immagine, capace di riassumere i caratteri dei luoghi e le modalità di attraversamento degli stessi, sia come realtà: l’avanzata dei boschi e la presenza di aree selvagge e selvatiche in città sono fatti concreti e in continua espansione. I due piani di lettura della selva, quello che la assume come figurazione per interpretare il reale e quello che la analizza come spazio evidente, chiedono la codifica di strumenti e modi per abitare questo luogo ignoto.

L’immaginario “selva” rimanda a una presunta condizione originaria – l’ingens sylva popolata dai giganti in Vico, lo stato di natura dell’homo homini lupus in Hobbes – dominata da violenza e assenza di ordine: precedente o estranea alla civitas e al suo governo. La configurazione del rapporto tra selva e città dipende dalla filosofia della storia, orientata alla decadenza da una condizione primordiale naturale (Eden) o alla progressiva emancipazione dalla minorità verso la natura. In entrambe le impostazioni, la concezione della selva (e della natura) si polarizza in una visione benigna o maligna. Dopo anni dedicati a leggere le forme della città torna un’attenzione ad un mondo dimenticato: è il mondo dei territori interni, geograficamente ma anche in senso lato, di luoghi dimenticati, oscurati. Si scoprono così diverse nature e i loro cambiamenti: come quella addomesticata che si tramuta in selvaggia, come quella abitata che viene attraversata da presenze inattese e come le grandi masse boschive che marciano silenziosamente. L’abbandono delle campagne da un lato e la fine di cicli produttivi dall’altro producono terre e manufatti in disuso nei quali si affermano logiche nuove e antiche, primitive e alterate da riequilibri naturali atti artificiosamente. La crisi economica e la crisi di risorse e di finanze pubbliche hanno portato ad una riduzione delle spese di manutenzione e riqualificazione urbana con un conseguente abbandono e minore cura degli spazi “vuoti” della città. I resti della modernità sono dettati anche dal rallentamento di progetti già esistenti o dall’abbandono degli stessi che si traducono in aree incustodite, edifici fatiscenti, zone dove entrano altre nature. Mentre serpeggia il senso di colpa per aver occupato e consumato la natura, la selva ha guadagnato terreno, ha travalicato i suoi confini ed è entrata in città. Sono in atto nuovi conflitti urbani fra fauna selvatica e abitanti che trovano un corrispettivo in conflitti sociali. Nel frattempo foreste monumentali propongono nuove conoscenze e scoperte: sono l’altra faccia della città.

La selva è un sistema ambiguo, provoca timori e attrazioni, non è dominabile. È un magma di “zone” nelle quali è facile perdersi ma è anche un “ambiente” attraversabile disegnando linee di incursione. Per abitare la selva serve aumentare la capacità di riconoscimento, definire le modalità di convivenza, in pratica serve sancire una “nuova alleanza”.

La risposta progettuale a questi mutamenti parte dalla consapevolezza che è impossibile gestire tutto, si tratta di un ribaltamento di paradigma a cui consegue la definizione di nuovi strumenti (parole, usi, materiali, regole, piani). La cultura capace di rapportarsi con la natura, esperta nell’abitarla, curarla, usarla e contenerla, è in buona parte perduta; va quindi ricostruita, aggiornata, definita. Il giudizio sulla natura dipende da quello sulla vita urbana-civile: la selva è rifugio e ritorno alla natura rispetto a uno spazio civile cui si vuole sfuggire; oppure è il luogo in cui l’uomo rischia di perdere la sua “civiltà” e tornare allo stato selvaggio. La selva è perciò anche soglia, limite, elemento discreto che segna uso e concezione del territorio. Interruzione dell’ecumene, la selva svolge funzione di confine politico, di terra nullius (o communis), fra comunità e sistemi territoriali differenti, e quindi di campo neutro in cui collocare incontri e scambi. Ma anche spazio di relazione sacra e misterica (luci e nemora nel culto romano, scenario dionisiaco, druidi, sabba…), dove il potere civico/civile non ha luogo. Lo spazio silvestre è quindi spazio di relazioni non normate, non in-formate in termini culturali e perciò an-archiche, senza legge (umana): l’asylum romuleo era in un bosco, il nemus aricinum era rifugio per gli schiavi fuggiaschi. Di qui, una aspettativa/percezione in termini di spazio pericoloso, liminare, sede di incontri terrifici, incubi, tregende, fantasmi, porta dell’aldilà. Riserva signorile per la caccia o giungla metropolitana per prostitute e spacciatori, la «selva» è spazio non ordinario, abitato da attori che si vogliono “a parte” e vi si rifugiano. Ma è rifugio anche per ricrearsi dalle città ansiogene, mentre dà ricovero e protezione alla biodiversità. È spazio altro, per opposizione (colto/incolto, nelle due accezioni) e per residualità (né ager civitas), dove isolarsi e astrarsi dalla collettività (ninfe, fate, eremiti, monaci, fuggiaschi, renitenti, partigiani…) o dove essere ghettizzati dalla comunità (fabbri, carbonai, banditi, vagabondi, immigrati clandestini…). Dal punto di vista simbolico-religioso cristiano, la selva è il corrispettivo del deserto in cui l’esperienza eremitica era nata; al contempo è territorio di culti non cristiani da convertire: “rifugio spirituale” e terra di missione. Interazioni che si possono studiare in diverse fonti – ad es. letterarie, come i romanzi, le fiabe, le vite dei santi, i bestiari – così da indagare anche le relazioni tra gli abitanti della selva – uomini, altri animali, creature fantastiche. In passato, poi, la selva svolgeva compiti strategici, a cominciare dalla fornitura di legname: energia, edilizia, attrezzi, arredi, naviglio. In architettura la selva è stata fondamento di romantiche metafore concretizzate in atmosfere naturali congelate ed evocate in sistemi spaziali. La natura densa e oscura è stata oggetto di teorie e pratiche progettuali che hanno insistito sulla nostalgia di quanto è stato perduto e sulla consolazione di ricostruirne artificialmente una parte. Ora nuovi avamposti possono essere innalzati come baluardi o tappe di passaggio a sfondare confini già incerti e ancora possono essere costruite arche per custodire “semi” di nature non perdibili o tracce di colture indispensabili. Si tratta di mettere in campo immagini concrete e non più di evocare metafore di un’architettura necessaria.

Il ritorno della selva segna infine il ritorno di un nuovo senso dell’“arcaico”, di una ennesima commistione tra l’architettura e la terra, un connubio consapevole del conflitto tra ragione e perturbante, tra avventura e comfort, tra memorie di città e modalità di vita proprie del bosco. Il termine “selva” connota precise e concrete realtà e molteplici immaginari ma indica anche la possibile traiettoria del tempo futuro quanto il rivolgimento verso un passato lontanissimo: è una freccia la cui direzione stabilisce i connotati di un nuovo possibile “contratto naturale”.

 

Vesper è strutturata in rubriche, qui di seguito le call for abstract e le call for paper a seconda delle tipologie.

Le proposte selezionate alla call for abstract dovranno essere poi consegnate in full text.

Tutti i contributi nella loro forma definitiva (testo finale per le call for abstract e testi della call for paper) saranno sottoposti ad un procedimento di valutazione tra pari secondo i criteri della Double-Blind Peer Review.

 

 

call for abstract e for paper >>

norme redazionali >>

 

 

calendario

CALL FOR ABSTRACTS:

Invio entro il 5 febbraio 2020

Notifica di accettazione entro il 20 febbraio 2020

 

CALL FOR PAPERS:

Invio entro il 5 aprile 2020

Notifica di accettazione entro il 20 aprile 2020

 

pubblicazione di Vesper No. 3: novembre 2020

 

 

contatti 

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