Undergraduate and graduate programmes offered by the University iuav of Venice:

Stefano Munarin

 

ricerche in corso

 

La mia attività di ricerca in questi anni ha seguito alcuni principali filoni di lavoro. Un primo, dedicato all’indagine delle trasformazioni del territorio contemporaneo, a partire dall’area veneta si è progressivamente aperto a diversi contesti europei e ha accompagnato l’interesse per le morfologie insediative con l’osservazione delle società locali (e dei distretti produttivi come particolari forme di “istituzioni organiche”).

 

Un secondo filone, dedicato agli strumenti e le tecniche di analisi dell’urbanistica, alle forme e agli strumenti della descrizione, si è legato invece ad una riflessione sul rapporto tra “sapere esperto” e “sapere dell’esperienza”. Entro questo filone si collaca anche una riflessione sulle radici della disciplina, sulla storia delle pratiche e delle idee di questo campo del sapere, che mi ha portato ad indagare la cultura urbanistica inglese della prima metà del Novecento.

 

Un terzo filone di ricerca è nato dalla partecipazione alla redazione di strumenti urbanistici (per Brescia, Pesaro, Casarano, Macerata, Ferrara e il Piano Feltre) che mi ha portato da un lato a riflettere sulle forme e le condizioni odierne della professione, provando ad osservare “cosa fa un urbanista nel corso della sua attività”, quali ruoli gli sono richiesti e/o si trova a ricoprire, e dall’altro a riflettere sui temi progettuali posti dalla città e  dal territorio contemporanei.

 

Più recentemente ho avviato un quarto filone di ricerca dedicato al rapporto tra le politiche del welfare state e l’urbanistica. A partire dall’ipotesi che la ricerca delle dimensioni fisiche e concrete del benessere individuale e collettivo abbia lasciato nella città uno dei depositi più rilevanti del ventesimo secolo, la ricerca intende riflettere principalmente sugli “spazi del welfare”, sulle forme fisiche che tali politiche hanno concretamente assunto. Osservare il rapporto tra cultura urbanistica e welfare per uscire da una visione “monetaria” del welfare e tornare ad una visione più ampia delle politiche che ad esso si possono riferire (anche con tutto il loro carico simbolico e politico-ideologico).

 

In definitiva quindi mi sembra di poter dire che le mie ricerche sono indirizzate ad osservare il territorio contemporaneo e i suoi processi di trasformazione, riflettendo sui modi e le tecniche usate dagli urbanisti per indagare e descrivere tali processi. Da qui parte anche l’interessa per la pratica, per una riflessione intorno al fare urbanistica e una costante sperimentazione sul contributi che può dare oggi il progetto urbanistico per la definizione di un nuovo, condiviso, “welfare urbano”.

 

 

Il territorio contemporaneo. Dal laboratorio veneto alla definizione di temi generali

 

A partire dalla tesi di laurea e continuando attraverso la collaborazione alla didattica del prof. B. Secchi e di ricerche ministeriali intersede (programmi Itaten e Returb) nel corso degli anni Novanta mi sono occupato dell’analisi della città e del territorio contemporaneo avendo come principale campo d’indagine l’area veneta.

Questa ricerca, che ha osservato soprattutto i fenomeni di diffusione insediativa, ha preso le mosse dall’ipotesi che la dispersione fosse solo apparentemente casuale, e che fosse possibile (ed utile) riconoscere invece specifiche (anche se non necessariamente condivisibili) forme di razionalità, regole insediative, ragioni economiche e sociali alla base dello sviluppo “decentrato” ed “endogeno” di diversi territori italiani. Di un modello di sviluppo sicuramente “costoso”, ma che non si poteva liquidare come “spreco”: che bisognava osservare piuttosto come particolare risposta italiana (di una parte emergente della società italiana), alla crisi urbana, ed allo stesso tempo un particolare modo di collocare l’Italia nel processo globale, capitalistico, di “divisione del lavoro”.

 

A ciò si aggiungeva l’ipotesi che considera la dispersione come carattere di lungo periodo e la situazione attuale frutto non solo di dispersione per fuoriuscita dalle grandi città, ma di “concentrazione relativa” di popolazione contadina che abitava sparsa o raccolta in piccoli nuclei in  molte regioni italiane.

 

Questa ricerca trovava alimento ovviamente anche dal confronto con una vasta letteratura e con diversi autori. Ad esempio, dal confronto con le ricerche di G. Dematteis e di A. Lanzani sulle trasformazioni recenti del territorio italiano, con gli studi di A. Mioni sulle trasformazioni di lungo periodo e di L. Gambi sui “quadri ambientali”, con le ricerche di C. Tunnard e di J. B. Jackson sul paesaggio urbano quotidiano e “vernacolare”, con l’immagine di A. Corboz del territorio come “palinsesto”, ecc.

 

Una ricerca tesa ad esplorare la “profondità” del territorio palinsesto attraverso lo svolgimento di precisi esercizi di lettura territoriale e che, utilizzando diverse tecniche e strumenti di analisi diventa ricorsivamente, entro la consapevolezza del carattere operativo della disciplina, anche processo di verifica delle pratiche e delle forme di anlisi “tecnicamente pertinenti”. Una ricerca “morfologica” in senso lato, che cerca di osservare i diversi fenomeni riconoscendone elementi e forme, soggetti e processi, che cerca di ridurre il distacco della disciplina e dei suoi assunti teorici dalle concrete trasformazioni territoriali.

 

A partire dall’area veneta osservata come principale caso studio, l’analisi si è progressivamente allargata ad altri contesti attraverso la partecipazione ad una ricerca europea sulle trasformazioni dell’habitat urbano coordinata dal prof. B. Secchi, ad una ricerca sulle città metropolitane italiane e poi, soprattutto, partecipando alla redazione di numerosi strumenti urbanistici in diversi contesti italiani caratterizzati da dispersione insediativa, dalla presenza di distretti industriali, e da città che svolgono ruoli diversi entro la loro regione (Brescia, Pesaro, Macerata, Ferrara).

 

Questa fase e queste attività mi hanno portato a riflettere anche sull’idea, la possibilità e l’opportunità dell’analisi comparativa mentre l’analisi di una serie di contesti caratterizzati dalla presenza di distretti industriali mi ha portato ad incrociare un ulteriore gruppo di studi, una specifica letteratura e a svolgere alcune ricerche documentate in alcuni rapporti di ricerca. Anche questo tema, l’emergere (al nostro sguardo) dei distretti mi ha portato contemporaneamente a svolgere precise operazioni di ricerca sul campo (interviste, ricostruzione di storie aziendali, biografie, analisi di dati statistici, comparazione tra distretti simili per settore o localizzazione geografica, ecc.) e rilettura critica della ormai vasta letteratura interdisciplinare prodotta sul tema.

I distretti industriali o, più vagamente i “sistemi locali” mi sono apparsi rilevanti per alcuni diversi motivi. Ad esempio perché, seguendo Carlo Trigiglia, si può dire che lo studio dei distretti abbia portato a nuove relazioni tra discipline: “il distretto è diventato area tematica e, soprattutto in Italia, occasione riuscita di nuovo confronto e collaborazione tra saperi”. Mentre seguendo Giacomo Becattini possiamo dire anche qualcosa di più, e cioè che lo studio dei distretti ha comportato ed esige un “ribaltamento di paradigma” poiché si tratta di “ripensare la società” i suoi modi di vita, le sue regole, in modo da ammettere diverse e altre forme di razionalità. Il distretto richiede un’analisi stratificata, articolata, che richiama altre e diverse discipline e punti di vista, mostra all’opera diverse forme di razionalità (non c’è solo concorrenza o collaborazione, competizione o cooperazione, ma diversi gradi di interazione sociale, l’innovazione si presenta anche sottoforma di metamorfosi, compresenza di tradizione e innovazione, continuità e rottura; ecc.), esige un ribaltamento di paradigma nel nostro approccio analitico ma anche progettuale rappresentando anche un particolare tipo di “istituzione economico-sociale”, di “istituzione organica” (non predefinita, progettata, ma sorta pragmaticamente) che attribuisce un ruolo rilevante alla famiglia, all’impresa, al lavoro e al radicamento locale esprimendo nuove domande (anche in termini di progetto urbanistico).

 

Trovandomi poi ad osservare da vicino le trasformazioni (sociali, economiche e territoriali) del mezzogiorno, ho avviato più recentemente anche una ricerca volta ad indagarne ed illustrarne i caratteri (plurali e non riconducibili a semplici immagini stereotipate). Partendo dall’ipotesi che negli ultimi decenni nel Mezzogiorno abbiano preso avvio processi di trasformazione e sviluppo (territoriali, sociali ed economici) diversificati, che portano a configurare il Sud Italia come situazione “plurale”, articolata, fatta di aree depresse ma anche di sistemi metropolitani, di distretti industriali ed agricoli, di aree turistiche, ecc., sto osservando la Sicilia orientale, mettendone in evidenza l’articolazione territoriale, i processi di trasformazione in atto e le tendenze evolutive - tendenziali ed auspicabili.

 

L’intento (collegandomi anche alle ricerche di B. Rossi Doria, G. Viesti, N. Martinelli, ecc.) è quello di indagare i nuovi fenomeni definendo una possibile “mappa”, prestando particolare attenzione alle “novità positive”, a quei fenomeni che non appaiono solo “nuovi” ma sembrano delineare anche processi di sviluppo interessanti ed auspicabili.

Questo lavoro sul territorio siracusano, è inoltre immaginato quale primo tassello di un possibile “Atlante del/dei Sud”, di un atlante che senza pretendere di essere esaustivo coprendo tutto il territorio, cerca piuttosto di accumulare progressivamente casi studio, situazioni ed aree interessate da diversi e specifici processi di sviluppo (rilevanti se osservati non solo dal punto di vista economico-produttivo ma anche culturale e sociale, di tutela e gestione del territorio, ecc.).

 

La ricerca delinea quindi alcuni principali campi d’indagine.

La ricognizione degli studi e delle ricerche già svolte, prestando attenzione agli studi di carattere urbanistico-territoriale, alle analisi socio-economiche, ma anche alla letteratura (romanzi e racconti).

 

L’osservazione delle trasformazioni del territorio attraverso sia il confronto tra carte e foto aree di epoche differenti, sia il rilievo e l’analisi diretta di aree e luoghi, nuovi “paesaggi”.

 

L’analisi dei piani, dei progetti e delle politiche in atto, cercando di osservare come interpretano l’area siracusana, quali ipotesi e scenari delineano per il futuro, a quali attori/forze sociali principalmente si rivolgono e cercano di coinvolgere.

 

Immaginare e delineare possibili scenari territoriali futuri, correlati alla struttura socieo-economica endogena, alle forze economico-sociali locali. Cioè, delineare possibili scenari di sviluppo a partire dalle specifiche risorse territoriali locali, tenendo conto delle tendenze in atto ma anche delle cosiddette invarianti strutturali, ed entro una logica di sviluppo sostenibile.

 

Riconoscendo nel progetto un particolare strumento di conoscenza, entro questa prospettiva la ricerca ha dato avvio anche ad alcuni esercizi di “progettazione esplorativa”: esercizi che, forzando l’immaginazione, sottoponendo a “tentazione” l’esistente, ne misurano attentamente le caratteristiche. 

 

A questo primo filone di ricerca fanno riferimento il libro Tracce di città. Esplorazioni di un territorio abitato: l’area veneta, Angeli, Milano, 2001; e gli articoli «”Case nuove”: biografia di un frammento nel territorio veneto», in P. Di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione, Donzelli, Roma, 2001; «Veneto. Infrastrutture tra metamorfosi e discontinuità», in A. Clementi (a cura di), Infrastrutture e progetti di territorio, Palombi, Roma 1999; «Veneto», in A. Clementi, G. Dematteis, P.C. Palermo, (a cura di) Le forme del territorio italiano, Laterza, Bari, 1996, «Note per una rivoluzione a Nord-Est: camminare nella città diffusa», in AA.VV., Architettura, città complessa, paesaggio. Ricerche 2006/2007, Associazione culturale “La città complessa”, Pordenone, 2008.

 

 

Descrizioni di descrizioni: osservando le analisi urbanistiche

 

Tutto ciò mi ha portato da un lato a riflettere sui modi, strumenti, tecniche e presupposti dell’analisi, sul ruolo che svolge o le viene attribuito entro il processo di definizione del progetto urbanistico e, dall’altro, a riflettere sul rapporto che s’instaura tra “sapere esperto” e “senso comune”, tra conoscenza tecnica e sapere dell’esperienza. Tra le procedure di analisi messe a punto dall’urbanistica e la necessità di riconoscere la presenza di altre forme di sapere.

 

Nel corso dell’attività di ricerca e professionale ho avuto modo di utilizzare e applicare sul campo differenti strumenti descrittivi e operazioni di ascolto (analisi disaggregata e mappatura di dati statistici; analisi della rassegna stampa locale; interviste a testimoni privilegiati, questionari, riconoscimento di immagini nella letteratura, attività di progettazione e analisi partecipata; ecc.) questo mi ha portato a riflettere sulle diverse tecniche e strumenti, sulle loro radici, sulle possibilità che offrono e sui “rischi” che si corrono durante il loro uso. Una riflessione, questa, che mi ha portato ad incrociare le ricerche di autori come A. Balducci, sulle forme di “analisi partecipata”, le riflessioni di G. Ferraro sull’opera di P. Geddes, oppure i testi di autori come A. Dal Lago, M. Sclavi, P. Amphoux, M. Augé, P. Bordieu.

 

A partire da questo interesse per le forme e il ruolo della descrizione entro l’urbanistica, e il contemporaneo riconoscimento che diversi ricercatori stessero osservando (e provando a descrivere) il cambiamento mettendo a punto di fatto, più o meno esplicitamente, delle “raccolte di descrizioni”, cioé degli atlanti, ho dedicato la tesi di dottorato all’atlante come particolare forma testuale di ordinamento della descrizione: alla sua storia, alle forme che assume oggi entro la disciplina, alle direzioni di ricerca che indica, alle questioni che solleva. Riflettendo sulla recente tendenza a confezionare le descrizione in forma di atlante, cioè di complessi apparati verbo-visivi che spingono e approfondiscono la descrizione del territorio e della città (delle sue forme ma anche dei processi di trasformazione) lasciando sullo sfondo l’interpretazione e rallentando il giudizio. Recenti tendenze che ho riconosciuto ad esempio negli esercizi di comparazione fatti da T. Valena, nelle indagini sul suburbio nordamericano di M. Southworth, nell’atlante della Catalogna coordinato da M. Solà-Morales, o in quello di Ginevra curato da A. Leveillé, nel lavoro su Chicago di M. Gandelsonas o in quello di B. Fortier su Parigi, ecc.

 

In questo quadro si colloca anche il mio interesse per la fotografia, intesa come strumento di indagine e rappresentazione del territorio. Una fotografia che, come ho scritto ad esempio nel saggio pubblicato sul libro “Trans Emilia” (vedi elenco pubblicazioni) lungi dal ricerca l’obbiettivitàè interessata piuttosto a perseguire quello “stile documentario” indicato da Walker Evans come atteggiamento fertile, propensione utile per esplorare la città.

 

L’interesse per le “analisi urbanistiche” mi ha portato inoltre ad indagare il processo di definizione degli “ingredienti del piano” avviando, con il prof. G. Ernesti (ed entro una più generale e condivisa ipotesi che vede nell’Inghilterra della prima metà del secolo uno dei periodi di istituzionalizzazione della disciplina) una ricerca sul processo di definizione delle analisi urbanistiche nel periodo di “genesi” dell’urbanistica inglese (1909-1933) attraverso lo spoglio sistematico della rivista inglese Town Planning Review e osservando in particolare come cambiano e quale ruolo viene progressivamente assegnato alle analisi, considerando anche il sovrapporsi della “pianificazione territoriale” sulla “progettazione urbanistica”. Da qui ha preso avvio una ricerca sul processo di formazione della pianificazione regionale in Inghilterra tra le due guerre, mossa anche dal tentativo di capire cosa fosse successo, tra le iniziali ipotesi di E. Howard e la messa a punto del programma della commissione Barlow.

 

Successivamente questa ricerca, entro un più generale interesse per il processo di definizione dello specifico sapere disciplinare, ha cercato di riconoscere testi da far rientrare in una possibile antologia/manuale per i corsi di “teoria dell’urbanistica”, testi che, scritti da cultori di diverse discipline (ingegneri sanitari, architetti, economisti, sociologi, giuristi, ecc.) ed in diversi momenti, consentano di ripercorre criticamente il processo di definizione e articolazione del sapere urbanistico. Questo perché l'esperienza didattica ha messo in luce l'esigenza di un testo in grado di concentrare la complessità delle interrelazioni esistenti fra le trasformazione delle strutture socio-economiche le modificazione degli assetti e delle gerarchie urbane e delle teorie (elaborate dalle diverse discipline) relative agli indirizzi di sviluppo e controllo della morfologia fisica e sociale della città e del territorio.

 

A questo secondo filone sono legati il libro Quaderno del LaboratorioBresciaPrg, Grafo, Brescia 1998; la tesi di dottorato intitolata Forme testuali della descrizione. L’atlante; gli articoli «Ascolto e interpretazione della società locale», in Urbanistica Quaderni n. 24, Provincia di Macerata. Il Piano Territoriale di Coordinamento, Inu, Roma, 2000; l’articolo «La rilettura di un testo di Patrick Abercrombie. Tra storia della disciplina e sapere cumulativo», Giornale del Dottorato in Pianificazione Territoriale, n. 6, 1995, «La descrizione nei testi: una ricerca sull'atlante», Giornale del Dottorato in Pianificazione Territoriale, n. 7, 1997, A Wide-Eyed Gaze at the World: observing and expressing transformations in contemporary territory», in T. Seelig, U. Stahel, a cura di, Trans Emilia. The Linea di Confine Collection: A Territorial Reconnaissance of the Emilia-Romagna, Fotomuseum Winterthur-Christoph Merian Verlag, Winterthur, 2005.

 

 

Questioni nate dalla pratica. Riflessioni su “l’urbanista in azione”

 

La partecipazione alle esperienze di pianificazione e di redazione di strumenti di piano, mi ha portato a riflettere sulle forme e modalità della pratica professionale, su quello che (con Maria Chiara Tosi, riprendendo il titolo del libro di B. Latour La scienza in azione) abbiamo provato a definire “l’urbanista in azione”.

 

Questa riflessione nasce soprattutto dalla volontà di raccontare il Piano Strutturale di Ferrara nel suo farsi, parlando di chi e come vi ha partecipato, non illustrandolo nelle sue qualità di prodotto finito, di oggetto pronto per l’uso, ma come "scatola nera" che diventa interessante aprire per raccontarne la storia, il processo di produzione: mostrandone i nodi, le controversie, le aporie, le questioni aperte, la progressiva definizione di idee e risultati. Provare a parlare di cosa fa concretamente un urbanista durante la sua attività, di cosa e come si fa effettivamente oggi durante un processo di piano, di: parlare dell'"urbanista in azione" più che delle qualità del suo prodotto.

Questo anche perché, mi pare, la pratica tende ad essere sottovalutata e sottoanalizzata, mentre mi sembra rilevante osservare come nel processo di definizione di un piano e/o di implementazione di una politica, l'urbanista non svolge un unico/univoco "ruolo", ma si ritrovi spesso a giocare su più tavoli e ricoprire ruoli diversi (analista e progettista; organizzatore di incontri, seminari, processi di ascolto e di partecipazione; disegnatore, scrittore e oratore). Mi pare interessante sorvegliare il rapporto dialettico tra la necessaria ed inevitabile dimensione eclettico-nomadica di questo lavoro e la formazione di un sapere tecnicamente pertinente, che possa anche progressivamente sedimentarsi, accumularsi, dare luogo a casi studio, repertori, manuali.

 

Osservare quindi l’urbanista non come ‘un attore tra gli altri’ (quasi invisibile e ‘irresponsabile’ perché in balia dei processi sociali), ma come professionista (tecnico) cui vengono poste domande, attribuiti ruoli, e dal quale si attendono risposte. Sapendo che spesso è chiamato ad affrontare al contempo questioni specifiche (fare attività di "problem solving": ridurre il traffico in una via, evitare le alluvioni in un quartiere, ecc.) e temi assai più generali, riassumibili, oggi, nella richiesta di rendere più “salubre e sicura” la città e che tutto ciò richiede al piano (all’attività di pianificazione urbana) di diventare una sorta di “enciclopedia”, un contenitore di tutte le questioni e di tutte le risposte: attività di progettazione, elaborazione di piani, esercizio della critica, sostegno di specifici interessi, controllo, gestione, valutazione e mediazione.

 

Riflettere quindi sulle spinte, naturalmente multiformi e contraddittorie, che da una società locale arrivano al piano, sulle attese che questo sollecita, arrivando a chiedere al professionista di attenersi contemporaneamente al principio di responsabilità e di speranza, facendosi carico non soltanto dei rischi ma anche dei sogni di una società.

 

Le recenti occasioni di collaborazione con la Soprintendenza B. A. P. del Veneto Orientale per la redazione di un progetto di riqualificazione ambientale a Belluno, del Piano Paesaggistico di Feltre e delle Linee Guida per il Piano Paesaggistico Regionale del Veneto, mi hanno portato inoltre a riflettere sulle forme e le finalità del progetto paesaggistico. Ad esempio, a partire dalle indicazioni della Convenzione Europea sul Paesaggio (e più recentemente dal Decreto Urbani) e appoggiandosi ad alcune recenti esperienze (Piano Paesistico di Camerino, Linee Natura della Provincia di Bolzano, ecc.) a Feltre abbiamo lavorato al Piano Paesaggistico immaginando un processo circolare fatto di alcune operazioni: A) descrizioni che cercano di definire i caratteri distintivi di un paesaggio riflettendo sul rapporto tra assetti paesistici e limiti delle risorse fisico-ambientali nonché sull’individuazione di specifici contesti locali; B) interpretazione critica dei contesti finalizzata all’attribuzione di valori (non solo in base ai criteri di “integrità” e “rilevanza”) a partire dal presupposto che il valore delle risorse è in parte un dato (ecologico-ambientale) in parte un costrutto (socio-culturale) e si collega alle intenzionalità progettuali; C) osservazione delle dinamiche del mutamento con la definizione di scenari futuri e di previsione dei rischi; D) esplicitazione degli obiettivi di “qualità paesistica” con la definizione delle modalità di tutela e/o riqualificazione. Un lavoro che cerca di prestare attenzione anche a quello che la Convenzione definisce “paesaggio ordinario” e che, soprattutto, parte dal presupposto che entro territori sottoposti a forti processi di trasformazione (ed il Veneto è sicuramente tra questi) occorra pensare anche alla definizione di “nuovi paesaggi”, cioè che accanto alla triade tutela-sostenibilità-valorizzazione del paesaggio storico ed esistente, sia necessario immaginare il paesaggio futuro, provare a dire come le inevitabili trasformazioni (riprendendo Patrik Geddes, possiamo dire che il territorio è sempre un “dramma nel tempo e nello spazio”) devono contribuire non solo a “consumare” (anche attraverso la “valorizzazione”) i valori culturali ereditati dal passato ma anche a definire nuovi quadri ambientali di pregio per il futuro, capaci di contribuire a definire nuove condizioni di “benessere collettivo”, luoghi vita in comune.

 

Queste riflessioni più recenti invece hanno portato, per il momento, all’articolo «Urbanistica in azione: il processo di redazione del Piano Strutturale Comunale di Ferrara» pubblicato sul n. 16/2004 della rivista Cru-Critica della Razionalità Urbanistica, al libro (curato con Maria Chiara Tosi e Daniele Paccone) Governare le trasformazioni del territorio: strumenti, attori, procedure. Studi e ricerche per il PSC di Ferrara, e al saggio «Vuoti a rendere. Un piccolo contributo all’immaginazione del futuro», in F. C. Nigrelli (a cura di), Il senso del vuoto. Demolizioni nella città contemporanea, Manifestolibri, Roma, 2006.

 

 

Welfare space in Europe

 

La città contemporanea appare ogni giorno più “faticosa” da abitare. Con il suo “malfunzionamento” richiede uno sforzo per essere vissuta, praticata, attraversata. Le pene che estesi brani di tessuto edificato impongono agli abitanti, e non solamente a quelli appartenenti ai ceti più poveri, alle fasce di età estreme o diversamente abili, finiscono poi per traformarsi in ostilità se non addirittura in avversione.

 

A partire da questo punto di vista, è importante tornare ad osservare la città dell'abitare quotidiano, interrogandoci sulle ragioni e sulle cause della fatica e dell'ostilità. Se solo parzialmente ciò è ascrivibile all'assenza di servizi, attrezzature e spazi per la sociabilità, nella maggior parte delle situazioni sembra invece che fatica ed ostilità siano imputabili all'organizzazione scorretta, al funzionamento fallace, alla discontinuità di un sistema di servizi ed attrezzature, alla separazione delle cose, che tende a generare scomodità, disagio, insicurezza e talvolta pericolosità. L’assenza di relazioni tra le cose (tra le funzioni ma anche, più concretamente, tra gli edifici e tra gli spazi) che dovrebbero formare la città.

 

Ripartendo da qui, cioè osservando, rilevando e precisando i caratteri e gli elementi responsabili della fatica di abitare forse riusciamo a chiarire anche cosa intendiamo con il termine “infrastruttura urbana”, cosa pensiamo debba essere oggi ciò che non produce direttamente ricchezza individuale, ma contribuisce al benessere di una comunità/collettività. Per questa via si tratta allora di stabilire una relazione tra la fatica di abitare la città quotidiana e le politiche e i progetti volti a garantire maggiore benessere; volti a pensare all'infrastruttura urbana come esito, deposito fisico delle politiche di welfare.

 

Questo ambito di interesse si è via via delineato anche a partire dalla constatazione della scarsa considerazione o dell'attenzione meramente tecnica con cui spesso nella città viene trattato lo spazio di socializzazione e di vita collettiva, cioè quell'insieme di spazi, servizi ed attrezzature che dovrebbero garantire comfort, sicurezza e qualità alla città, dando forma concreta alle politiche di welfare.

 

Attenzione insufficiente che si declina in una pluralità di atteggiamenti che vanno dalla totale ignoranza e negazione dei caratteri fisici di questo spazio, al loro trattamento come mero bisogno da esaudire, problema tecnico da risolvere attraverso il raggiungimento di standard: un atteggiamento quest'ultimo che pur cercando di garantire livelli quantitativi minimi ha teso a banalizzare il carattere relazionale di questi spazi, i caratteri spaziali del problema.

 

Questo programma di ricerca nasce quindi dalla constatazione di un'evidente assenza di riflessioni su questi temi in Italia e, pur se in misura minore, anche in altri paesi europei. Quando ci si è occupati del rapporto tra welfare e città l’attenzione, infatti, si è quasi interamente depositata sugli strumenti e le procedure attraverso cui condizioni di maggiore benessere possono essere perseguite, sulle caratteristiche degli standard urbanistici, sulle modalità virtuose o meno della loro applicazione, sulla coerenza o meno con le politiche urbane e quelle sociali, sulla necessità di passare da modelli descrittivi a modelli prestazionali, dedicando scarsa attenzione alle ricadute fisiche di queste politiche e di questi strumenti, ai caratteri che l'infrastruttura urbana assume ed alla sua capacità di rendere abitabile lo spazio edificato.

 

Occuparsi dell'infrastruttura urbana, dello spazio del welfare ci sembra allora richieda di osservare la città provando a costruire descrizioni tecnicamente pertinenti delle caratteristiche che questi spazi assumono oggi. Descrizioni necessarie per poter esprimere giudizi e valutazioni circa le condizioni di comfort, salubrità e sicurezza che connotano lo spazio urbano, oltre che per avviare esplorazioni progettuali che muovano dai medesimi obiettivi. Quindi ripartire dall’osservazione della città avendo come oggetto di attenzione la dimensione fisica del welfare.

 

Studiare lo spazio del welfare significa quindi occuparsi dei temi dell'urbanità, della mixitè e della costruzione di tessuti urbani e non di parti monofunzionali dalle quali espungere tutto ciò che attiene all'interazione sociale, e per questa via occuparsi anche delle questioni riguardanti la sicurezza, la salubrità e la civile convivenza. Pensando che occuparsi dei beni comuni, intesi forse al tempo stesso come prodotto e pre-condizione di qualsiasi vera e profonda politica di welfare.

 

Questa ricerca quindi sollecita ad osservare l’intenso uso e consumo del capitale fisso esistente, provocato dalle forme di sviluppo della città contemporanea, portando a chiedersi con una certa urgenza: qual’è il nuovo capitale fisso e come si produce? Quali sono i nuovi beni comuni? I fenomeni urbani recenti sono stati in grado di costruire"felicità collettiva"?

 

Sapendo che anche alcune azioni di riqualificazione paesistica, la promozione di nuovi parchi territoriali, la riqualificazione degli spazi stradali, una più ricca e variegata offerta di spazi collettivi, più in generale una diversa politica del paesaggio, potrebbero essere intese come una nuova politica di welfare, come ricerca di uno spazio più ospitale ed abitabile, meno faticoso ed ostile, dove sia possibile stare bene collettivamente e non solo individualmente.

 

A partire da queste considerazioni la ricerca ha avviato una serie di attività empiriche con l’obiettivo di osservare le diverse declinazioni dello “spazio del welfare” all'interno della città europea: la descrizione e l'analisi comparata di alcune parti di città europee, l’analisi comparata di progetti e politiche che abbiano collocato al proprio centro la dimensione spaziale di temi del comfort della salubrità e della sicurezza; l'esplorazione di strategie di intervento per la città contemporanea, con l'obiettivo di garantire una maggiore “qualità diffusa” allo spazio dell'abitare quotidiano.

 

La domanda di ricerca che sta sullo sfondo riguarda le modalità e le configurazioni che la città, la “infrastruttura urbana” dovrebbe assumere per rendere meno faticoso l'abitare quotidiano.

 

Avviare una riflessione attorno a queste questioni, sembra utile per alcune diverse ragioni.

1. Per cercare di uscire dalle sacche in cui si sta arenando la riflessione più generale sul welfare state, tesa a circoscrivere sempre più quest'ultimo al campo della spesa sanitaria e pensionistica, dimenticando la pluralità di configurazioni (anche spaziali) che possono e dovrebbero assumere le politiche sociali tese al benessere collettivo.

2. Per investire con più decisione nella riflessione sulla città come bene comune, spostando l'attenzione dal riconoscimento di singoli beni, alla considerazione dello spazio dell'abitare quotidiano, dell'intera città come bene comune.

3. Per far tornare l'urbanistica ad occuparsi di questi temi con un approccio maggiormente articolato, senza esclusività ma riconoscendo invece l'ampiezza del tema.

4. Facendo emergere anche le reti informali di welfare, riconoscendo le modalità attraverso gli individui si “alleano” per dare risposte collettive all'assenza o al mancato funzionamento dell'infrastruttura urbana.

 

Essendo appena iniziata, la ricerca non ha ancora dato esito a pubblicazioni dirette, ma ad un primo seminari internazionale organizzato a Venezia nel giugno 2008 e due testi: la nota del programma di ricerca, scritta con Maria Chiara Tosi, intitolata “La fatica di abitare: per una città confortevole, sana, sicura” e il paper da me presentato al seminario e intitolato “Welfare space e beni relazionali. La città come strumento della vita impersonale”.

A questo tema di ricerca può però essere ricondotto il saggio «Note per una rivoluzione a Nord-Est: camminare nella città diffusa», vedi elenco delle pubblicazioni.

 

 

 

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